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Dopo il terremoto io vorrei il commissariamento, ma altri no: ora capisco perché

Scusa ma perché lì ci sono i panni stesi? Quindi ci si potrebbe venire? Punta il dito verso l’alto.

Momento di silenzio.

Mi rispondi? Mi volto.

Perché noi non ci siamo mai più venuti?

Perché c’è un’ordinanza che vieta di entrare dentro alle case per ragioni di sicurezza.

Ma loro ci entrano.

E noi no.

Questo dialogo si svolge il 22 agosto, due giorni prima dell’anniversario del terremoto di Amatrice, 2016.

Per restare in tema ma anche un po’ deviare, avevo puntato a una meta dal sisma più stagionato, l’Aquila e dintorni, terremoto 2009. Precisamente a Santa Croce (frazione di Lucoli). E intanto penso, amici di Amatrice, speriamo che con la ricostruzione a voi vada meglio. Non sembrerebbe, a giudicare dalle parole di Zuppi ad Arquata, durante l’omelia; “Ritardi inaccettabili” e dal messaggio del Capo dello Stato: “Ricostruire subito”. I ricordi sono importanti.

I miei figli ad esempio non ne conservano neppure uno di quella che è stata la casa dei loro trisavoli abruzzesi e che oggi sarebbe anche la loro casa di montagna. Non ci hanno mai messo piede perché la mia famiglia mantiene fede a un impegno preciso: rispettare la legge e l’ordinanza comunale di inagibilità che vede interdetto l’accesso alle case giudicate danneggiate, pericolanti, a rischio.

Sabato 22 agosto l’autostrada è libera e lascia spazio ai tornanti che si susseguono. L’aria diventa cristallina. Spengo il condizionatore della macchina, apro il finestrino.

Mi dice, Occhio, stai invadendo l’altra corsia. Rispondo, No, sto tagliando le curve perché sono aperte, conosco la strada a memoria.

Penso due cose.

La prima, Io voglio il commissariamento.

E poi, Quanto mi piacerebbe fare un blitz all’USRC.

Ti piace l’acronimo, USRC?

Onesto.

Bello vero? Vuol dire Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere. Anche Santa Croce di Lucoli ne ha uno di competenza.

Ah sì?

E no?

Ma che fa l’USRC?

E’ l’organismo pubblico che gestisce e coordina l’assistenza tecnica e finanziaria per la ricostruzione privata e pubblica. Mica cacchi.

Ecchetticredi?

Apperò.

E già.

Mentre si accorcia la distanza che mi separa dalla meta, ripasso i fatti.

La casa abruzzese nella quale non metto piede dal 2009 fa parte di un aggregato di più unità immobiliari. Il tecnico incaricato del progetto è del posto. Il presidente del consorzio è del posto. Ci si conosce tutti, quando si è del posto.

A diciassette anni dal sisma non si ha ancora un progetto esecutivo per la ricostruzione dei manufatti danneggiati irreversibilmente ma non crollati e non si ha una data di avvio delle opere.

E l’Ufficio speciale?

Alterna richieste di integrazione a concessioni di proroghe e rinvii.

Senza un “termine perentorio” e definitivo? No.

Senza un “entro e non oltre”? No.

E allora sono buoni tutti.

Ma loro rispettano il protocollo, dicono, il loro obiettivo principale “è la ricostruzione e non il commissariamento”. Giusto?

Mah.

Perplessità?

Embè!

Ah sì?

Beh, tosto rimuovere i tecnici inadempienti, lontana la ricostruzione e addio al commissariamento.

Silenzio.

Sintetizzo nella mente: non metto una deadline ma il mio obiettivo è la ricostruzione e non il commissariamento. Mi tolgo il cappello. Come a dire che un uomo cornifica la moglie perché ci tiene al matrimonio.

Tant’è.

Non fa una piega.

Curva a destra. Curva a sinistra. Io insisto, Voglio il commissariamento.

Eppure.

Eppure c’è qualcosa che non torna.

Se il tecnico non progetta, il presidente non presiede e l’ufficio non ufficia, perché sono l’unica che si mangia le curve dalla rabbia e la mia famiglia è l’unica a volere il commissariamento? A tutti gli altri proprietari dei manufatti dell’aggregato non interessa niente? Strano, no? Il commissariamento sarebbe una bella soluzione!

Penso e penso e penso. Intanto sono arrivata a destinazione.

Trovo il portone di casa aperto e le chiavi che ci era stato chiesto di consegnare per sopralluoghi, sondaggi e foto, abbandonate sul tavolo probabilmente al termine di una missione. Alla faccia della fiducia che un cittadino rivolge ai responsabili del procedimento. A terra oggetti, calcinacci e oggetti-ricordo di famiglia. In aria ragnatele. Tutto è come dopo la scossa del 2009, fermo. Tranne i topi, unico segnale di vita. Sgattaiolano al rumore dei passi, alcuni sono grandi, altri piccolissimi, c’è una colonia. Mentalmente dico addio a tutto quello che c’è lì dentro: non recupereremo niente di niente.

Mentre esco risento l’eco delle parole che non avevo colto.

Lì ci sono i panni stesi, quindi le persone ci soggiornano, nelle case.

Alzo gli occhi e noto, adesso sì, un’infilata di lenzuola che sventolano al sole.

Ma lavano a mano?

Spero di no.

Quindi usano la corrente.

Immagino.

Utenze attive?

Deduco.

Allora è realtà nota.

Ma non si potrebbe.

Ma se è realtà nota…

Silenzio.

Tutto chiaro.

Altro che velocizzare la ricostruzione, avviare le opere, cacciare personale inadempiente.

Dici?

E certo.

Nel senso?

E se davvero ci fosse il commissariamento, te l’immagini? Con ponteggi e allestimenti sarebbe difficile far asciugare i panni al sole.

Ergo?

Ergo, meglio il brivido e il rischio, vuoi mettere Ferragosto al fresco rispetto all’afa cittadina?

D’altra parte, questo è il paese felice che ignora gli avvertimenti e i rischi. Eppure l’Abruzzo è anche la terra di Rigopiano, cioè del mancato ascolto del pericolo.

Intanto l’Aquila è capitale della cultura.

Accontentiamoci.

Ieri pure la Perdonanza.

Mica poco, nessuno ci contava.

E i giornali a dieci anni dal sisma raccontano storie dal centro Italia in via di ricostruzione. Con buona pace dei moniti e delle omelie.

Tanto nessuno ascolta.

Però nelle urne si sta in silenzio.

I ricordi sono importanti, servono quando servono.

Al momento giusto.

Amen.


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