Calabria

Dodici condanne nel primo processo che riconosce metodo mafioso nel Varesotto. Esponente vicino alla cosca Giampà di Lamezia Terme

Si chiude con 12 condanne e pene complessive per quasi 70 anni di reclusione il processo ‘Nerone’, nato da un’indagine dei carabinieri su una serie di incendi dolosi e episodi di violenza avvenuti nell’Alto Varesotto. La sentenza, che ha accolto le richieste del pm della Dda di Milano Giovanni Tarzia, è stata pronunciata oggi dal tribunale di Varese. Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di estorsione, usura, minacce, lesioni, spaccio di stupefacenti e violenza privata, con l’aggravante del metodo mafioso. Per gli addetti ai lavori si tratta di una decisione “storica”, perché per la prima volta in quel territorio viene riconosciuta l’utilizzo di dinamiche tipiche della criminalità organizzata per la commissione di reati comuni.

Il fulcro dell’inchiesta: il metodo mafioso

L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, si è concentrata sulla contestazione del cosiddetto «metodo mafioso”: secondo l’accusa, gli imputati avrebbero esercitato pressioni e intimidazioni anche tramite riferimenti a contesti criminali e legami con ambienti riconducibili alla ‘ndrangheta, per imporre il controllo del territorio e il recupero dei crediti. Le difese hanno sempre respinto tale impostazione, negando l’esistenza di un sistema intimidatorio di stampo mafioso. Al centro del procedimento la figura di Giuseppe Torcasio, detto ‘Zio Pino’, per il quale erano stati chiesti 11 anni e 5 mesi di reclusione. L’uomo risulta legato da vincoli familiari a Vincenzo Torcasio, già condannato per associazione mafiosa e ritenuto vicino alla cosca Giampà di Lamezia Terme. Agli imputati non veniva comunque contestata l’appartenenza alla ‘ndrangheta, ma l’utilizzo di metodi riconducibili a quell’ambiente criminale.

Dagli incendi d’auto alla “finanziaria parallela”

Le indagini erano partite nel 2017 dopo una serie di auto incendiate nella provincia di Varese, episodi considerati dagli investigatori «reati sentinella» di fenomeni criminali più strutturati. Da lì i carabinieri hanno sviluppato un’inchiesta basata su intercettazioni telefoniche e ambientali, che ha portato alla luce un sistema di estorsioni, usura e traffico di cocaina. Secondo l’accusa, il gruppo gestiva una sorta di “finanziaria parallela”, con prestiti di denaro e restituzioni a tassi usurari, accompagnati da minacce e aggressioni. Le stesse modalità sarebbero state utilizzate anche per esercitare pressioni su imprenditori e professionisti.

Il traffico di cocaina e la reticenza dei testimoni

L’inchiesta ha inoltre documentato un traffico di cocaina destinato a una clientela facoltosa del Lago Maggiore, al di fuori delle tradizionali piazze di spaccio nei boschi. Un business definito dagli investigatori «di alto profilo». Il processo è stato caratterizzato anche dalla reticenza di diversi testimoni, molti dei quali hanno dichiarato di non ricordare episodi contestati dall’accusa. Il tribunale ha comunque riconosciuto la fondatezza dell’impianto accusatorio per la maggior parte degli imputati, mentre per alcuni reati è intervenuta la prescrizione e in un caso l’assoluzione.


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