Società

Docente accoltellata a Roma, Lavenia: “Il rispetto si insegna a casa, non quando arrivano i Carabinieri”

Un coltello, uno spray urticante, una professoressa ferita. È la scena che si è consumata in una scuola media della capitale, dove un ragazzino di 13 anni ha aggredito la docente durante l’orario di lezione. Un episodio che riaccende i riflettori sul rapporto tra studenti, famiglie e istituzioni scolastiche.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, parte da un concetto semplice. “Ai giovani il rispetto va insegnato prima che arrivino i carabinieri”, dice intervistato da Adnkronos. “Educare al rispetto comporta anche la fatica di contrariare un figlio e chiedergli conto di come tratta gli altri. Se un genitore insulta un insegnante davanti a lui, diventa difficile pretendere che quel ragazzo lo rispetti”.

Sulla vicenda specifica, Lavenia invita alla prudenza. “Di questa vicenda sappiamo ancora troppo poco per attribuire diagnosi o responsabilità alla famiglia”, precisa. Un punto però resta fermo: “La docente ha diritto a essere tutelata e accompagnata anche nel ritorno in classe”, perché “il possibile disagio di chi aggredisce non può oscurare le conseguenze per chi subisce”.

Il nodo, secondo l’esperto, riguarda il sistema nel suo complesso. “Bisogna occuparsi delle liti reali, delle minacce, delle umiliazioni che passano anche dalle chat. E coinvolgere le famiglie prima che arrivi una sanzione”, spiega. La sua proposta è un “lavoro continuativo sui conflitti nelle scuole, con psicologi che affianchino gli insegnanti e coinvolgano i genitori”.

Il rischio, altrimenti, è quello di lasciare soli i docenti. “Servono professionisti pagati e tempo dedicato. Chiedere alla scuola di educare al rispetto senza darle gli strumenti significa scaricare ancora una volta tutto sui docenti”, conclude Lavenia.

La ferita resta. Il dibattito, ora, si sposta su chi debba farsene carico.

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