«Detassare le tredicesime per favorire gli acquisti dei padovani»
Confcommercio, nei giorni scorsi, l’ha scritto nero su bianco: prima ancora di entrare in un negozio, andare in pizzeria o concedersi una spesa non indispensabile, una famiglia italiana ha già impegnato quasi 42 euro ogni 100 destinati ai consumi. Questo perchè, nel 2026, le cosiddette spese obbligate, vale a dire quelle per l’abitazione, l’energia, la sanità, i trasporti, i carburanti e le
assicurazioni, si sono già fagocitate il 41,7% dei consumi complessivi, contro il 37% del 1995. Vale a dire che in trent’anni sono aumentate di 4,7 punti percentuali. «Siccome le percentuali non sempre danno l’esatta dimensione dei fenomeni – ha commentato oggi 29 agosto il presidente di Confcommercio Padova, Patrizio Bertin – ma i soldi sì, stiamo parlando di 9.693 euro l’anno».
La parte più consistente riguarda l’abitazione. Ad essa le famiglie dedicano 5.335 euro, 72 euro in più rispetto al 2025; seguono le assicurazioni e i carburanti con 2.310 euro e l’energia con 1.829 euro, entrambe chiaramente in aumento. Ancora più significativa è la dinamica di lungo periodo: dal 1995 i prezzi delle spese obbligate sono cresciuti complessivamente del 140%, contro il 57% dei beni commercializzabili e l’88,4% dei servizi. Per energia, gas e carburanti l’incremento dei prezzi ha raggiunto il 211%.
«Il dato che dovrebbe preoccuparci, anzi che ci preoccupa, e non poco – ha proseguito Bertin – è soprattutto quel 41,7%. Perché misura quanto si è ristretto lo spazio di libertà economica delle famiglie. Se una quota crescente del bilancio è già destinata a casa, bollette, mobilità e assicurazioni, è pacifico che resta meno, molto meno, per comprare un capo di abbigliamento, per una
pizza, un cinema, una gita e, ovviamente, per fare qualche altro acquisto nei negozi. Non consola nemmeno il fatto che a luglio, rispetto ad un dato sull’inflazione nazionale attestata al 2,9% annuo e allo 0,3% mensile, Padova abbia registrato un 2,4% annuo e un -0,1% mensile, visto che i prezzi dell’energia sono cresciuti del 14,8% rispetto a un anno prima.
«Al rassicurante “casa dolce casa” – ha osservato il presidente di Confcommercio Padova – abbiamo dovuto sostituire un più pragmatico “casa cara casa” dal momento che, nel nostro territorio, la disponibilità e il costo degli alloggi stanno diventando un fattore economico e non soltanto immobiliare».

«Cifre alla mano – ha aggiunto la presidente degli agenti immobiliari della Fimaa Confcommercio Padova, Silvia Dell’Uomo – a luglio 2026 il canone richiesto medio nel comune di Padova è stato pari a 13,6 euro al metro quadrato al mese. Significa, indicativamente, oltre 800 euro mensili per un appartamento di 60 metri quadrati, prima di utenze e altre spese. In provincia il valore medio è stato invece di 12,4 euro al metro quadrato, in crescita del 2,8% rispetto a luglio 2025». «Quando parliamo di casa – è tornato a ribadire Bertin che sull’argomento era già intervenuto nei giorni scorsi – dobbiamo cominciare a considerarla anche come una questione di competitività del territorio. Le nostre imprese cercano personale e devono essere in grado di attirarlo. Ma un giovane lavoratore che arriva a Padova deve trovare un alloggio a condizioni compatibili con il proprio stipendio. Altrimenti possiamo avere posti di lavoro disponibili e, contemporaneamente, persone che rinunciano a trasferirsi perché non riescono a sostenere il costo dell’abitazione».
Per Confcommercio Padova occorre quindi favorire una maggiore disponibilità di alloggi destinati ai lavoratori, coinvolgendo istituzioni, proprietari, imprese e soggetti privati e valutando strumenti che rendano conveniente rimettere sul mercato immobili oggi inutilizzati o sottoutilizzati. Nonostante queste difficoltà, il quadro padovano resta dinamico, ma presenta segnali che invitano alla prudenza. Nel primo trimestre 2026 l’export complessivo della provincia è cresciuto del 2%, mentre quello diretto verso gli Stati Uniti è diminuito del 5,6%, con oltre 16 milioni di euro di esportazioni in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. «Questo ci ricorda che non possiamo dare per scontata la crescita – ha avvisato Bertin – perchè da un lato abbiamo imprese esposte alle incertezze internazionali che non sembrano scemare e anzi presentano scenari sempre più preoccupanti e dall’altro famiglie che vedono una parte sempre maggiore delle proprie risorse assorbita dalle spese inevitabili. Stretti in questo sandwich indigesto ci sono i consumi interni, che rappresentano ossigeno per migliaia di piccole imprese e che non possono contrarsi ulteriormente».
Dato per acquisito tutto questo, significa che urgono interventi che riducano strutturalmente il peso dei costi fissi, a partire dall’energia, dalla fiscalità e dalla casa. «Il punto – ha chiarito il presidente – non è convincere le famiglie a consumare di più: è restituire loro una quota maggiore di reddito sulla quale possano tornare a decidere liberamente». E allora ecco la proposta: detassare le tredicesime. «Per mettere a disposizione un maggiore reddito disponibile delle famiglie si potrebbe intervenire sulla detassazione, totale o significativa, delle tredicesime dei lavoratori, concentrando così a fine anno una maggiore disponibilità economica proprio nel periodo tradizionalmente più importante per i consumi. Se vogliamo sostenere davvero i consumi dobbiamo lasciare più risorse nelle tasche delle famiglie. Una tredicesima meno tassata significa più reddito disponibile senza aumentare il costo del lavoro per le imprese e può produrre un effetto immediato sull’economia reale, soprattutto nel commercio, nella ristorazione e nei servizi. È una misura semplice, comprensibile e con un impatto diretto. Ovvio che vada costruita in modo sostenibile per i conti pubblici, magari prevedendo soglie di reddito e gradualità. Ma la direzione dovrebbe essere chiara: una parte delle risorse disponibili va utilizzata per restituire capacità di scelta e di spesa al ceto medio e ai lavoratori». La palla, come si suol dire, adesso è nel campo del governo.
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