Da Lea Garofalo a Denise Cosco, il lutto senza fine di una famiglia per gli omicidi di ‘ndrangheta
Il nonno assassinato nella “faida di Pagliarelle” nel 1975, lo zio ucciso a Petilia Policastro nel 2005 e la madre fatta a pezzi e bruciata a Milano nel 2009. Denise Cosco, che giovedì scorso è morta suicida ad Ariccia a 35 anni, così come la madre Lea Garofalo e le altre donne della sua famiglia ha dovuto spesso indossare il lutto per gli omicidi di ’ndrangheta. Familiari stretti e parenti lontani sono finiti ammazzati per mano delle cosche per quel cognome pesante: come Antonio Garofalo, padre di Lea, che cadde sotto i colpi della malavita petilina in una guerra di mafia. Poi toccò a Mario Francesco Garofalo, cugino della testimone di giustizia, ucciso a 46 anni il 28 settembre del 2003 a colpi di lupara. Alcuni mesi prima, il 9 dicembre del 2002, in una Lancia Thema abbandonata a Ponte di Ferro nelle campagne di Petilia Policastro erano stati trovati i corpi carbonizzati di altri due componenti della famiglia Garofalo: i cugini Francesco, 38 anni, e Salvatore Garofalo, di 41 anni, entrambi freddati con un colpo di pistola alla nuca.
Questo rosario di morti seguiti dall’agguato al Floriano Garofano, zio di Denise e fratello di Lea, che dopo essersi fatto strada tra i clan petilini venne eliminato nella frazione di Pagliarelle a 40 anni l’8 giugno 2005. Il motivo? S’era rifiutato di “punire” la sorella che aveva iniziato a rivelare ai magistrati antimafia gli affari illeciti della sua famiglia e non solo. Una scia di sangue che il 24 novembre 2009 raggiunse il culmine con il barbaro assassinio di Lea a Milano: la testimone di giustizia venne rapita, fatta a pezzi e bruciata su mandato dell’ex marito, Carlo Cosco, perché aveva deciso di chiudere con quel mondo criminale che non l’era mai appartenuto.
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