Basilicata

Crotone, «in carcere c’era un ras in divisa ossessionato dal dio denaro»

Le motivazioni della condanna dell’agente della penitenziaria, il sistema illegale nel carcere di Crotone era guidato da un “ras” in divisa


CROTONE – «Un piccolo ras all’interno della Casa circondariale». Non usa mezzi termini la gup Elisa Marchetto per descrivere la figura di Giuseppe Giaquinta, l’assistente capo della polizia penitenziaria condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione. Le motivazioni della sentenza, appena depositate, restituiscono il ritratto di un uomo che aveva trasformato il proprio ruolo istituzionale in un’attività criminale a tempo pieno, spinto da un’unica, ossessiva motivazione: «la spasmodica ricerca di denaro, “della pila”».

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L’immagine del “Ras”

Secondo la giudice, che accoglie in toto l’impianto del procuratore Domenico Guarascio, il quadro emerso a carico di Giaquinta è di una «tale oggettiva gravità da non necessitare di ulteriori commenti». Le indagini, svolte dalla Squadra Mobile della Questura e corroborate dalle attività di un agente infiltrato, dipingono un soggetto «spregiudicato, manipolatorio ed astuto». Una figura capace di ostacolare l’inchiesta in corso, favorire indebitamente i detenuti e gestire il traffico di cellulari all’interno del carcere di Crotone. Quella che doveva essere una struttura deputata alla riparazione e alla tutela era diventata, per l’assistente capo, il palcoscenico in cui agire come un referente per il crimine, relazionandosi su un piano di parità e complicità con pregiudicati anche al di fuori delle mura carcerarie.

«A me della divisa non me ne frega un cazzo»

Sono le parole dello stesso imputato, riemerse dalle intercettazioni, a certificare una condotta priva di scrupoli. Dinnanzi a quello che non sapeva essere un agente infiltrato, Giaquinta non avrebbe esitato a calare la maschera. «Tu con me devi parlare come se io non avessi la divisa… All’interno me la comando io… A me della divisa non me ne frega un cazzo! Lo faccio solo per soldi». Una mercificazione della funzione pubblica che, secondo la sentenza, è la prova di un «habitus animi» strutturato, un modus operandi chirurgicamente preciso e collaudato che il poliziotto applicava a ogni occasione utile.

Il “peccato originale” e l’inclinazione al crimine

La sentenza smonta la tesi difensiva che vedeva nell’attività dell’infiltrato una sorta di “peccato originale” dell’inchiesta. Al contrario, per la gup Marchetto, l’attività investigativa ha permesso di far luce su condotte che rimanevano sommerse da tempo, consentendo all’imputato di trarre ingiusto vantaggio dalla divisa indossata. Un’attitudine infedele che si spingeva fino al ricatto. È il caso dell’episodio che vede coinvolto anche il coimputato Roberto Foglia, costretto da Giaquinta a promettergli denaro per chiudere bonariamente un sinistro stradale, minacciando altrimenti di denunciarlo per guida senza patente.

L’imputato, osserva ancora la giudice, era pronto a «tradire, a mentire ed a mistificare» in nome del «dio denaro, unico valore mai sacrificabile» per quello che, nelle carte processuali, non appare più come un uomo di legge. A sorreggere le accuse nei confronti dell’uomo, per il quale l’avvocato Aldo Truncè ha comunque ottenuto la concessione degli arresti domiciliari, un quadro probatorio che per la giudice è «granitico».

Dalle mazzette all’agente infiltrato

Le condotte contestate – inquadrate giuridicamente tra corruzione (prevalentemente propria), rivelazione di segreto d’ufficio e accesso indebito a dispositivi di comunicazione per i detenuti – sono, secondo la sentenza, sorrette da prove oggettive. Intercettazioni, video, servizi di osservazione e riscontri documentali.

L’inchiesta ha peraltro registrato il contributo decisivo dell’attività dell’agente infiltrato del Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Avvicinato per carpire informazioni sui rapporti tra detenuti e mondo esterno, Giaquinta non aveva perso tempo a sollecitarlo immediatamente a elargire denaro in cambio di favori da rendere a un detenuto, confermando la spregiudicatezza di un sistema illegale ben oliato.


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