Umbria

Convegno referendum


Pubblichiamo integrale l’intervento del Procuratore Sottani al convegno le “Ragioni della Riforma Costituzionale” in vista del Referendum di fine marzo. 

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Porto i saluti istituzionali della magistratura requirente umbra in questo convegno dedicato alle “ragioni della riforma costituzionale” in virtù della consolidata collaborazione instaurata in questo distretto tra magistratura ed avvocatura. Ciò non mi impedisce di notare come già dal titolo del convegno non mi sembra che quest’iniziativa cerchi di fornire una equilibrata rappresentazione delle diverse tesi in campo in questa campagna referendaria, ma è unilateralmente diretto a supportare le ragioni a sostegno della riforma.

Riforma e Polarizzazione

Questa riflessione è rafforzata dalla constatazione che tra i cinque interventori e relatori, tutti di assoluto rilievo, vi è solo uno, ancorché molto autorevole, rappresentante delle ragioni del “NO”. Tra l’altro tra i due moderatori, uno, il presidente della locale Camera Penale, in occasione di un recente dibattito all’università ha chiuso il suo intervento con una slide che invitava a votare SI. Segnalo questo non certo per amore di polemica ma per evidenziare quello che mi sembra un aspetto difficilmente controvertibile di questa riforma costituzionale, cioè il suo aspetto divisivo e non teso ad una sintesi rappresentativa delle diverse opinioni.

Caratteristica particolarmente infelice proprio in quanto si tratta di una riforma costituzionale che, come tale, dovrebbe rappresentare la più ampia possibile convergenza per garantire la corretta convivenza civile. Se non si fosse accelerato o, meglio, evitato il dibattito parlamentare si sarebbe potuto, almeno in ipotesi , convergere su alcune soluzioni, quali ad esempio, la creazione all’interno dell’unico CSM di sezioni specializzate per requirenti e giudicanti, senza la costosa moltiplicazione dei CSM, ipotizzare forme di sorteggio temperato, senza l’esclusione totale dell’elezione diretta dei membri togati, e la creazione di un’Alta Corte disciplinare per tutte le magistrature, come in qualche misura ipotizzato nella Commissione “Luciani”.

Il Significato della Riforma

Mi permetto di segnalare un altro aspetto, a mio parere, potenzialmente fuorviante nel titolo del convegno. La separazione delle carriere è una formula limitativa della riforma di cui si discute. Nel giugno 2022 si è tenuto un referendum, in quel caso abrogativo di una legge ordinaria e non di natura costituzionale, sulla separazione delle funzioni che ha visto la partecipazione di poco più del 20% degli
aventi diritto. Quindi la separazione delle funzioni poteva essere ottenuta con semplice legge ordinaria, così come di fatto ottenuto con la riforma “Cartabia” adottata pochi giorni dopo l’esito del referendum, ed in palese contrasto con l’esito infausto di quest’ultimo.

La riforma di cui si discute in realtà interviene sull’architrave posta a fondamento costituzionale dell’autonomia del potere giudiziario da quello politico, rappresentato dal CSM, e scardina uno dei “quattro chiodi”, quello disciplinare, indicato dai padri costituenti come una delle garanzie dell’autonomia ed indipendenza della magistratura. Ciò significa, a mio parere, che della riforma non debbano parlare soltanto i tecnici specialisti, ma anche e soprattutto tutti coloro che hanno a cuore l’assetto costituzionale e quindi le sorti della nostra democrazia. Per questo mi sfugge il senso della polemica che è stata innescata nei confronti dell’intervento di un noto divulgatore storico che, in pochi minuti, ha espresso legittimamente la sua opinione. Secondo alcuni suoi denigratori, uno studioso di storia non dovrebbe intervenire su un tema squisitamente giuridico. In realtà non si parla solo di tecnicismi giuridici, ma si affronta il cuore pulsante della giurisdizione e quindi della democrazia.

Conseguenze e Rischi Sociali

Io credo che non siamo in presenza del referendum costituzionale di 80 anni fa che ci imponeva la scelta tra rimanere sudditi o diventare cittadini. Tuttavia, come le recenti modifiche costituzionali in tema di ambiente o di sport, in un tema così delicato come quello dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, si sarebbe dovuto raggiungere un compromesso a livello legislativo e non dividere, inevitabilmente, la società con un referendum che con la sua semplificazione tra “SI” o “NO” inevitabilmente corre il rischio di banalizzare, in tempi di potere “social”, un tema complesso. Questa contrapposizione determina almeno tre conseguenze pericolose.

In primo luogo, si sottopone una delicata questione costituzionale, che meriterebbe un attento esame, ad un pubblico che non necessariamente è correttamente informato. Non certo per ignoranza, ma perché attualmente siamo tutti preoccupati da ben altre impellenti urgenze, a cominciare dal quotidiano scenario bellico. Per evitare che il referendum si riduca alla mediocre semplificazione di un sondaggio sul
gradimento della magistratura, sarebbe opportuno consentire un’ampia discussione, così come richiesto dai “quindici volenterosi” che in un tempo inferiore a quello previsto normativamente, ancora non scaduto, hanno raggiunto il quorum con l’obiettivo, di fatto, di far slittare la data del referendum. Iniziativa che oltre
tutto è stata colpevolmente ignorata dalla gran parte degli organi di informazione. Anche sul punto della correttezza e qualità dell’informazione sarebbe opportuna una riflessione, che ovviamente non posso affrontare in questa sede.

Sotto altro aspetto, il dibattito referendario assume inevitabilmente una connotazione politica nel senso di attribuire all’esito del voto un significato sul gradimento dell’attuale governo e sulla forza dell’opposizione. E’ fin troppo evidente che la magistratura ha tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni, pur nei limiti della continenza dei contenuti e del garbo delle espressioni, ma deve rimane assolutamente estranea a qualsiasi collegamento con le forze politiche, di maggioranza o di minoranza. In caso contrario, ne verrebbe
irrimediabilmente lesa la sua immagine di imparzialità ed indipendenza.

E’ ovvio come tale rischio non valga per l’avvocatura. Tuttavia, mi sembra che una parte di quest’ultima abbia stemperato il suo dissenso verso interventi di politica securitaria, all’epoca fortemente censurati con pubblici documenti, quasi attratta da tatticismi politici finalizzati alla prospettiva di avere di fronte una magistratura, divisa e indebolita dalla revisione della Costituzione. Altrimenti non riesco a spiegarmi iniziative di denuncia, addirittura penale e con contestuale richiesta di sequestro di materiale divulgativo, nei confronti di manifesti che con l’inevitabile sintesi sloganistica invitano a votare “NO” al referendum. Il linguaggio elettorale soffre inevitabilmente di allusioni semplificatorie, a rischio di alterazioni della realtà,
così come si sembra palese si verifichi allorché si invochi a sostegno della riforma ragioni che migliorerebbero i tempi del processo o l’esclusione nel futuro di errori giudiziari.

Il Rischio della Divisione

Lo stesso Ministro di Giustizia, padre della riforma, ha espressamente ricordato che la modifica costituzionale non ha niente a che vedere con l’efficienza del sistema. Proprio su quest’ultimo profilo concludo questo mio saluto. Nonostante autorevoli esponenti del libero foro abbiano preso una posizione diversa da quella maggioritaria dell’avvocatura associata, cosiì come accade nel legittimo dissenso di differenti opinioni nella magistratura e nel corpo accademico, forte è il rischio di una contrapposizione tra avvocatura e magistratura, che sarebbe letale per la giurisdizione.

Questa campagna referendaria rischia di far tornare indietro le lancette dell’orologio a qualche lustro fa, quando vi è stata una forte animosità tra questi protagonisti della giurisdizione, che non possono e soprattutto non devono “combattersi” tra loro. Legittimo naturalmente il dissenso, ma il confronto dialettico nel reciproco rispetto rappresenta il senso profondo della giurisdizione. D’altronde, quotidianamente nelle nostre aule di giustizia cerchiamo la sintesi e la riparazione della ferita sociale rappresentata dalle controversie, siano esse civili o penali. Denigrare la magistratura non offende solamente chi la rappresenta con il suo servizio, ma indebolisce la tenuta democratica del nostro Paese.


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