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Le curve di Marilyn Monroe oggi farebbero scandalo? La mostra al Mudec riaccende il dibattito su corpo e bellezza nell’era Ozempic e della magrezza estrema

Ci sono immagini che pensiamo di conoscere a memoria. Le abbiamo viste ovunque: libri, poster, campagne pubblicitarie, citazioni infinite. Eppure, quando le si guarda davvero — stampate in grande formato, sottratte al flusso distratto dei social — cambiano. È quello che accade al Mudec di Milano, dove fino al 24 giugno 2026 la mostra “Beyond The Icon – Marilyn Monroe: A Centennial Tribute by Guess” rimette a fuoco non solo il mito, ma il modo in cui lo osserviamo oggi.

Il percorso, costruito attraverso gli sguardi di Bernard of Hollywood, Sam Shaw e Milton H. Greene, è stato inaugurato in occasione della Design Week e non si limita a ripercorrere la nascita di Marilyn come icona cinematografica. Funziona piuttosto come un dispositivo di analisi: mostra come un’immagine si costruisce, come si stratifica nel tempo e come continua a produrre significato anche quando crediamo di averla già esaurita. Bernard documenta l’ascesa, Shaw intercetta l’intimità, Greene firma la consacrazione. Tre registri diversi, un’unica figura che sfugge sempre a una definizione definitiva. A colpire, però, oggi, non è solo lo sguardo — quello sì, ancora magnetico, irriducibile, impossibile da replicare — ma il corpo.

Abituati a osservare i corpi attraverso il filtro continuo dei social, a sezionarli, correggerli, ottimizzarli, quelle fotografie producono uno scarto percettivo immediato. Marilyn Monroe, l’icona assoluta della bellezza del Novecento, appare improvvisamente “diversa”. Non perché lo fosse allora, ma perché lo siamo diventati noi. Nelle immagini esposte non c’è traccia di costruzione digitale: nessun filtro, nessuna post-produzione, nessuna tensione verso la perfezione chirurgica. C’è morbidezza. C’è un addome naturale, non scolpito in palestra. C’è la pelle, con le sue variazioni. C’è morbidezza. Insomma, c’è un corpo reale, che all’epoca rappresentava l’apice del desiderio e della perfezione estetica. Oggi, quello stesso corpo faticherebbe a trovare spazio. Ecco perché di fronte a quelle immagini, ci sorge spontanea una riflessione, dal sapore quasi amaro: cosa ne abbiamo fatto di quella naturalezza? Ce la siamo raccontata, ecco cosa ne abbiamo fatto. Per anni abbiamo sbandierato il vessillo della body positivity, parlando di inclusività, di accettazione, di celebrazione delle diversità. Un’intenzione nobile, senza dubbio, che si è però rivelata un gigantesco alibi collettivo. Non appena la scienza ha messo a disposizione una scorciatoia, la maschera dell’inclusività è caduta, rivelando la nostra immutata ossessione per la magrezza estrema.

Oggi un corpo con le curve di Marilyn, lontano dall’essere esaltato, viene spesso coperto o sottoposto al giudizio feroce del web. Siamo entrati a piedi pari nell’era dell’iper-magrezza, resa facile, veloce e letteralmente comprabile con una puntura. I farmaci a base di semaglutide, come l’Ozempic (nato per trattare il diabete di tipo 2 e oggi utilizzato off-label per perdere peso rapidamente), hanno innescato una vera e propria epidemia sociale. Promettono un corpo “liberato” dal cibo, annullando l’appetito e svuotando la fisicità. È un ritorno all’ideale heroin chic degli anni ’90, ma questa volta silenzioso e legittimato dal paravento della salute: non si dimagrisce più solo “per essere più belli”, ma “perché fa bene”. Un dogma che ha già modificato le abitudini di consumo, spingendo la ristorazione a proporre “mini menù” per clienti che non hanno più lo stimolo della fame, ma che porta con sé anche un pesante scotto psicologico, con crescenti segnalazioni di ansia e sbalzi d’umore legati all’assunzione del farmaco. Il paradosso trova la sua sintesi perfetta in Kim Kardashian. Nata come l’icona suprema della donna burrosa e della body positivity, è arrivata a sottoporsi a un dimagrimento drastico ed estremo pur di infilarsi (a fatica) proprio nell’iconico abito originale di Marilyn Monroe al Met Gala. Oggi, la stessa Kardashian che ha sdoganato le curve, si arricchisce vendendo guaine contenitive. Il cerchio dell’ipocrisia si chiude. Tornare alle sale del Mudec significa, dunque, riappropriarsi di un’idea di femminilità che oscilla tra forza e seduzione consapevole, senza la nevrosi chimica del nostro decennio.

A corollario dell’esposizione, Guess – che nell’81 debuttò sul mercato con un paio di jeans a tre zip chiamati proprio “Marilyn” – presenta la nuova Marilyn Monroe Capsule Collection per l’estate 2026. Una collezione che rifugge la pura nostalgia per rileggere i codici della diva: tornano i jeans con nuovi lavaggi, le grafiche d’archivio affiancate a pois e ciliegie, e gli iconici capri pants anni Cinquanta, riproporzionati per il guardaroba contemporaneo. È la traduzione tessile di un messaggio chiaro: l’autenticità di Marilyn non ha bisogno di filtri né di siringhe, sopravvive al tempo perché apparteneva, prima di tutto, a una donna libera.

INFORMAZIONI UTILI SULLA MOSTRA

Titolo: Beyond The Icon – MARILYN MONROE: A Centennial Tribute by GUESS
Luogo: Mudec – Museo delle Culture (Via Tortona 56, 20144, Milano)
Date: dal 21 aprile al 24 giugno 2026
Orari: Lunedì chiuso. Martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica: 09:30 – 19:30. Giovedì: 09:30 – 22:30. (Ultimo ingresso consentito un’ora prima della chiusura).


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