Cultura

Clubdrugs – Lovesick | Indie For Bunnies

Il debutto dei clubdrugs, “Lovesick” ti proietta in una stanza satura di luci intermittenti e synth che pulsano come nervi scoperti; un ambiente dove la tensione emotiva si mescola all’odore di sigarette fumate durante notti insonni, tra bicchieri dimenticati sul mixer e un basso appoggiato pericolosamente in un angolo di quello che, solo ora, puoi immaginare come uno studio di registrazione improvvisato.

Maria Reichstadt e John Regan si sono trovati durante la pandemia, quasi per caso, mettendo insieme scarti e frammenti di altri progetti. Ma da quel caos è nata un’identità istintiva, che se ne frega delle etichette: chiamateli goth, pop o darkwave, a loro queste definizioni scivolano addosso come acqua sul vetro.

Le influenze ci sono, certo, ma non sono zavorre. Senti l’eco dei Cure o dei Sisters of Mercy, ma ci trovi dentro anche il pop di oggi e quell’estetica sporca del black metal. È un disco fatto di scontri: malinconia che sbatte contro la melodia, oscurità che si fa abisso, il rumore del club che si trasforma in un momento intimo e solitario.

Credit: Bandcamp

Tutto questo non nasce nel vuoto, ma ha radici precise. Dal primo singolo ‘Anybody’ nel 2022, i clubdrugs si sono letteralmente immersi nella scena goth di Chicago, e la cosa incredibile è quanto quel mondo li abbia accolti a braccia aperte. Non hanno dovuto sgomitare: quel posto li ha riconosciuti subito come ‘dei loro’. È merito dei concerti, del passaparola e di una rete di artisti amici, gente come Iron Years, Grave Love o Scary Lady Sarah, che ha creato quella bolla collettiva dove la loro musica ha potuto respirare e crescere.

Ma se scavi sotto la superficie, oltre la scena e i riferimenti, ci trovi il vero motore di tutto: l’emozione pura. I clubdrugs scrivono per chi si è sempre sentito un pesce fuor d’acqua, trasformando quel senso di isolamento in un codice comune. Sono pezzi fatti per chi balla da solo tra fumo e neon, sospeso tra la voglia di esplodere e quella di sparire. Maria si sente ancora una outsider, e John non fa mistero di quanto la vulnerabilità sia il cuore del progetto: mettersi a nudo, scrivere canzoni sincere fino a sembrare quasi imbarazzanti, è il loro modo per connettersi con gli altri. Alla fine, il loro obiettivo è semplice: costruire un rifugio emotivo per chi non ha mai trovato un posto dove stare.

Interamente autoprodotto e registrato nel loro studio casalingo, “Lovesick” mescola post-punk, goth e pop in una formula fumosa e ballabile. Il duo costruisce il proprio immaginario tra drum machine, sintetizzatori e chitarre, accompagnati da ritornelli accattivanti e da un’estetica fatta di sensualità, sudore e mascara nero, perfetta per una notte goth.

Ma sotto questa superficie scintillante si percepisce fin da subito un lato più fragile e sommerso. Il progetto ha infatti una seconda vita: una versione ambient pubblicata successivamente, in cui ogni brano viene spogliato di batteria e voce per rivelarne la struttura emotiva più astratta. Un’idea nata quasi per caso ma che apre una lettura parallela dell’album, dove il pop e il goth diventano due facce della stessa malinconia.

Fin dalle prime battute, “Lovesick” avvolge l’ascoltatore in un’atmosfera notturna e pulsante. Il richiamo agli anni ’90, tra shoegaze e alternative pop, è evidente, ma filtrato con sensibilità contemporanea.

“Bloodfeast” apre con energia minacciosa e un ritornello quasi pop anni 2000 immerso in un immaginario da rave vampiresco. “Heart 2 Break” mescola goth rock e dream-pop con bassi incisivi e una scrittura immediata. “Pretty (Anna’s Song)” si muove in una nebbia synthpop più densa, mentre “Overdose” e “Disappear” rallentano tutto verso una dimensione più eterea e sospesa.

Le voci sono il centro emotivo del disco. Reichstadt domina con versatilità e intensità, ma è nei duetti con Regan che i clubdrugs trovano la loro forma più completa. “Still Down” costruisce un dialogo sensuale su una base minimale, mentre “Suffer” chiude il disco passando da atmosfera quasi house a un’esplosione di chitarre e tensione emotiva.

Anche se dura poco, otto tracce per circa 25 minuti,  “Lovesick” non ti lascia con l’amaro in bocca. Le due anime del gruppo, quella ritmica e quella sognante, convivono senza pestarsi i piedi.

Nel complesso, “Lovesick” è un debutto che funziona perché non cerca di affermarsi, non cerca una risposta ai nostri dubbi. Rimane in equilibrio tra opposti, pop e oscurità, immediatezza e introspezione, senza scegliere da che parte stare. Ed è proprio lì, in quella tensione continua, che i clubdrugs trovano la loro voce.


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