“Caso Vera Gheno, perché temere che i ragazzi possano ascoltare idee diverse?” :: Segnalazione a Rimini

La redazione riceve la seguente lettera e pubblica:
“Una premessa è doverosa: le critiche all’incontro con Vera Gheno non arrivano da un’improvvisa sollevazione delle famiglie del Liceo Serpieri, né da un movimento spontaneo di studenti preoccupati per la propria libertà di pensiero. Arrivano da RivoltaTi, una formazione politica territoriale nata nel Riminese nel settembre 2026, presieduta da Matteo Montevecchi, già consigliere regionale della Lega. Scorrendo i nomi del direttivo si incontrano un ex esponente politico della Lega, un medico, uno psicologo forense, una manager già impegnata nella Rete Nazionale Scuola in Presenza, una laureata in sociologia e criminologia e uno scrittore. Un gruppo certamente eterogeneo, ma accomunato, almeno in questa circostanza, da una singolare preoccupazione: che a scuola si possa parlare di differenze, linguaggio e inclusione”.
“Evidentemente, la convivenza delle differenze è un concetto che, prima ancora di essere affrontato dagli studenti, meriterebbe di essere approfondito da qualche adulto. Veniamo alla questione. Leggendo le critiche rivolte all’iniziativa del Liceo Serpieri e all’incontro con Vera Gheno, viene spontaneo chiedersi da cosa, esattamente, ci si senta minacciati. Dal titolo dell’iniziativa? Dalla possibilità di parlare di differenze? Dalla presenza di una sociolinguista che si occupa di linguaggio, genere, diritti e comunicazione? O, più semplicemente, dall’idea che i ragazzi possano ascoltare qualcuno che li invita a guardare la realtà da prospettive diverse? Il titolo dell’incontro è «La convivenza delle differenze. Parole, linguaggio e cultura per una società più inclusiva»”.
“Non mi sembra un manifesto di indottrinamento, ma una proposta culturale. Eppure, a quanto pare, parlare di inclusione, pluralismo e rispetto delle differenze è diventato, per qualcuno, un pericoloso esercizio di propaganda. C’è una certa ironia nel vedere un’associazione che richiama la libertà di pensiero, la libertà educativa e il pensiero critico mobilitarsi contro un incontro che offre proprio l’occasione di conoscere, ascoltare, approfondire e, naturalmente, anche dissentire. Ma la libertà di pensiero vale soltanto quando si ascoltano le idee che già condividiamo? La libertà educativa consiste nell’impedire ai ragazzi di incontrare persone che potrebbero mettere in discussione le convinzioni degli adulti? Perché, se è così, non stiamo difendendo il pluralismo: stiamo semplicemente chiedendo che nessuno disturbi le nostre certezze”.
“E poi c’è l’immancabile carriera alias, tirata fuori ormai come un argomento jolly, quasi fosse la prova definitiva di una presunta deriva ideologica della scuola. Ogni occasione sembra buona per riportarla al centro della polemica, anche quando si parla di tutt’altro. Forse sarebbe il caso di ricordare che dietro la carriera alias non c’è uno slogan, un capriccio burocratico o un’astrazione ideologica, ma ci sono ragazzi e ragazze che vivono quotidianamente situazioni complesse, insieme alle proprie famiglie. Realtà che esistono indipendentemente dal fatto che qualcuno decida di riconoscerle oppure no”.
“Mettiamo pure la parola «problema» tra virgolette, perché non sono certo le persone a essere un problema. Ma le difficoltà che alcuni giovani affrontano, il disagio, il bisogno di essere riconosciuti e rispettati sono questioni concrete, che le famiglie conoscono bene e che non spariscono magicamente perché qualcuno preferisce non parlarne. Si può discutere delle modalità, delle procedure e delle scelte organizzative. Si può avere un’opinione diversa. Ma pensare che basti cancellare uno strumento o smettere di parlarne perché scompaia anche la realtà che cerca di affrontare è un esercizio di negazione, non di educazione. E qui sta forse il punto: la scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a conoscere anche ciò che non si conosce, a interrogarsi su ciò che non si comprende immediatamente, a confrontarsi con opinioni differenti senza sentirsi minacciati”.
“Nessuno obbliga uno studente a condividere il pensiero di Vera Gheno. Nessuno gli impedisce di formulare obiezioni o di sviluppare una posizione critica. Ma per dissentire consapevolmente bisogna prima conoscere. E per conoscere bisogna essere disposti ad ascoltare. È proprio questo che dovrebbe fare una scuola: non consegnare ai ragazzi un pensiero preconfezionato, di qualunque orientamento esso sia, ma fornire loro gli strumenti per costruire il proprio. Trovo quindi non solo legittima, ma preziosa, la proposta del Liceo Serpieri. E trovo piuttosto singolare che un’iniziativa dedicata alla convivenza delle differenze susciti tanto allarme proprio in chi dichiara di voler difendere la libertà. Mi permetto anche una considerazione: se ogni volta che si affrontano questi temi la risposta è gridare all’indottrinamento, evocare lo spettro del gender e riesumare la carriera alias, forse non è la scuola ad avere paura del confronto”.
“Forse è proprio il confronto a fare paura. E allora una domanda la rivolgerei direttamente a RivoltaTi: se siete così sicuri delle vostre idee, perché temete che i ragazzi possano ascoltarne anche altre? La scuola non deve proteggere gli studenti dalle idee. Deve insegnare loro a valutarle. Perché il vero pericolo per una società democratica non è che i giovani incontrino qualcuno che la pensa diversamente dai propri genitori. È che crescano convinti che tutto ciò che è diverso, sconosciuto o scomodo debba essere tenuto lontano. E questa non è libertà educativa. È paura travestita da libertà”.
Ilaria Prosperi
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