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Caso La Spezia, Novara contro la militarizzazione delle scuole: “Il problema è educativo”, bisogna insegnare agli studenti a gestire le controversie

Daniele Novara commenta l’accoltellamento di La Spezia criticando l’approccio repressivo e invitando la scuola a insegnare la gestione dei conflitti come competenza fondamentale. Secondo il pedagogista, la violenza esplode quando i ragazzi non sanno affrontare le divergenze relazionali, trasformando l’altro in un ostacolo da eliminare.

L’aggressione avvenuta all’interno di un istituto superiore di La Spezia, dove un diciottenne è stato ferito con un coltello, riapre la discussione sulla violenza scolastica. Mentre l’opinione pubblica si concentra sui protocolli di sorveglianza, Daniele Novara offre una lettura diversa dell’accaduto. Il direttore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti invita a non cercare la soluzione in controlli più rigidi, bensì in un cambio di rotta pedagogico.

Per l’esperto, insistere sulla repressione significa intervenire quando il danno è ormai fatto. “Il problema non è la sicurezza intesa come accentuazione delle norme di controllo. Il problema è educativo, di prevenzione“, spiega Novara in un comunicato. “Fino a quando continueremo a far finta che non esista un’emergenza educativa, ci affideremo sempre a un intervento poliziesco e giudiziario che arriva quando i buoi sono già scappati”.

Secondo il pedagogista, il fulcro della questione risiede nell’incapacità degli adolescenti di gestire le divergenze. Il conflitto è una componente inevitabile della crescita, eppure diventa pericoloso quando mancano gli strumenti per affrontarlo. “Il punto dovrebbe essere aiutare gli adolescenti a gestire le loro controversie, cioè quei conflitti inevitabili che fanno parte della crescita”, prosegue l’autore. “Il conflitto non va negato, rimosso o demonizzato. Va riconosciuto e accettato, perché solo così non diventa una minaccia”.

Quando il confronto verbale fallisce o non viene nemmeno contemplato, l’altro smette di essere un interlocutore e diventa un ostacolo. “Se ragazzi e ragazze non imparano a stare dentro la contrarietà relazionale, se non sanno litigare bene, è chiaro che finiscono per ricorrere a modalità violente”, avverte Novara. “In questi casi il problema viene vissuto come qualcosa da eliminare, insieme alla persona che lo rappresenta”.

La gestione dello scontro, dunque, non è un talento innato. Richiede adulti capaci di trasmetterla e un contesto scolastico che la inserisca tra le priorità formative. “La gestione dei conflitti è una competenza educativa fondamentale e come tale va insegnata. Non è una dote naturale, ma un apprendimento che richiede adulti competenti e contesti educativi adeguati”.

Investire su queste competenze rappresenta, per Novara, l’unica vera forma di prevenzione strutturale. “Quando l’istituzione scolastica deciderà finalmente di fare della gestione dei conflitti una priorità, potremo parlare di vera prevenzione“, osserva il pedagogista, sottolineando come sia possibile “aiutare ragazzi e ragazze a vivere la contrarietà relazionale come occasione di crescita e non come pericolo”.

La chiusura è un appello a utilizzare strumenti pedagogici specifici per arginare la deriva violenta. “Esistono tecniche efficaci che permettono di trasformare il conflitto in apprendimento, di farne un’esperienza di maturazione e non di distruzione. È su questo che bisogna investire, se vogliamo evitare che altri episodi drammatici continuino a ripetersi”.


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