capire il problema non basta, serve una cultura della soluzione
Antonio Scurati scrive su Repubblica: Un normale Ferragosto di Apocalisse. Il Mediterraneo si riscalda, i ghiacciai si sciolgono, il Po è in secca e, di fronte a quella che definisce un’emergenza epocale, restiamo sostanzialmente inerti. La politica non dà risposte.
Nel settembre del 2020 scrissi su questo blog: Transizione ecologica, questa sconosciuta. La spiego per chi non la capisce (e anche a Scurati). Scurati, ospite di Otto e mezzo, rimproverò Andrea Orlando per aver menzionato la “transizione ecologica”, a suo giudizio un concetto incomprensibile alla maggioranza degli italiani. Gli diedi ragione: non siamo culturalmente attrezzati a capire biodiversità, ecosistemi, sostenibilità. E soprattutto non capiamo che l’economia dipende dalla natura, e non viceversa.
Inutilmente, nel 2015, Francesco aveva chiesto la conversione ecologica nella sua Laudato si’; un passaggio essenziale: prima della transizione è necessaria la conversione.
Scurati non ha scoperto oggi il cambiamento climatico. Nel 2017 scriveva del “pazzo clima”, osservando siccità, fiumi in secca e foglie cadute in agosto e definendo il cambiamento climatico una realtà catastrofica già in atto. Nel 2022, dopo la tragedia della Marmolada, scrisse La valanga siamo noi, sostenendo che il riscaldamento climatico era ormai diventato esperienza e chiedendo una reazione collettiva.
Dunque la questione è più interessante: Scurati ha capito il problema, ma nel 2020 non sembrava aver capito la necessità di costruire una cultura della soluzione.
Aveva individuato il sintomo: la gente non capisce che cosa significhi transizione ecologica; ma la risposta non poteva essere di evitare di menzionarla perché incomprensibile. Bisognava renderla comprensibile. E chi avrebbe potuto contribuire a farlo meglio degli scrittori, dei giornalisti, degli intellettuali capaci di raggiungere milioni di persone?
Anch’io sono uno scrittore, ma sarebbe ridicolo paragonare la mia capacità di incidere sull’opinione pubblica a quella di Scurati. Lui è uno degli scrittori italiani di maggior successo mentre io… lasciamo perdere. Nonostante la mia irrilevanza, cerco da decenni di spiegare il significato di biodiversità, ecosistemi, sostenibilità e transizione ecologica.
Il problema è che la natura è stata affidata agli scienziati e agli attivisti ecologisti, mentre gli intellettuali “tradizionali” si sono occupati soprattutto di storia, politica, letteratura, filosofia, economia e società. Il riconoscimento della crisi ecologica può essere raccontato magnificamente senza trasformarlo in cultura della transizione.
Una vecchia storia racconta che una rana, se messa in acqua riscaldata lentamente, non si accorge del pericolo e finisce bollita. La storia è falsa: una rana vera, quando la temperatura diventa intollerabile, cerca di andarsene. Ma come metafora del comportamento umano funziona magnificamente. Scurati non è la rana che non si è accorta che l’acqua si sta scaldando. Se n’è accorto eccome. Ma accorgersi che l’acqua si scalda non basta: bisogna anche chiedersi perché, come spegnere il fuoco e soprattutto convincere gli altri che sia necessario farlo.
Per decenni abbiamo discusso quanto costi abbandonare i combustibili fossili, implementare le rinnovabili, modificare case, automobili, industrie e agricoltura. Molto meno abbiamo parlato del costo della mancata transizione. Adesso cominciamo a pagarlo; anche economicamente, perché la distruzione del capitale naturale prima o poi presenta il conto economico.
E qui il “normale” del titolo di Scurati è più inquietante dell’“Apocalisse”. L’anormale diventa normale. In ecologia si parla di sindrome da slittamento dei punti di riferimento: ogni generazione assume come riferimento la situazione a cui è esposta. La linea di base si sposta nel tempo e con essa la nostra percezione dell’anomalia. È la pentola della rana, ma da decenni la comunità scientifica avverte che il fuoco è acceso.
Nel 2022 Scurati scriveva che il cambiamento climatico, prima percepito come un’astrazione scientifica, era diventato esperienza. Oggi parla di un normale Ferragosto di Apocalisse. Le presunte astrazioni, ritenute tali da chi ignora le basi dell’ecologia, diventano esperienza che dovrebbe farci riflettere: abbiamo aspettato di sentire sulla pelle quello che già sapevamo. Adesso Scurati usa la sua indiscussa capacità di scrittore per trasformare quella percezione in immaginario collettivo. Ben venga. Pasolini trasformò la scomparsa delle lucciole in una potentissima metafora della trasformazione della società italiana.
Rachel Carson, tredici anni prima, aveva trasformato il silenzio degli uccelli in un’immagine altrettanto potente, ma aveva anche spiegato scientificamente perché quel silenzio stava arrivando. La differenza non è da poco. Anche la transizione ecologica ha bisogno di scrittori capaci di darle parole e immagini che escano dai rapporti scientifici; dopo averli capiti. Meglio tardi che mai.
Una rana vera, però, quando sente che l’acqua sta diventando troppo calda cerca di saltare fuori. Noi continuiamo a discutere se il termometro sia ideologico. La destra, ideologicamente, nega. Una parte della sinistra riconosce il problema, lo racconta, magari magnificamente, ma fatica a trasformarlo in un progetto di cambiamento. Manca la cultura della natura, e non bastano gli infiocchettamenti narrativi per arrivare alla consapevolezza.
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