Bruzzone: “Il conflitto non si vive più, si registra e si rilancia. È la trappola dei social. I ragazzi non percepiscono la gravità, sono catturati dall’immagine vincente”

Un elemento centrale emerso dall’analisi di Roberta Bruzzone, psicologa forense e criminologa ospite della puntata de I Protagonisti, la rubrica di Orizzonte Scuola condotta da Francesco Bunetto, riguarda il mutamento della natura del conflitto in adolescenza a causa della presenza dei social network.
Secondo la criminologa, il conflitto non viene più semplicemente vissuto ma deve essere mostrato, registrato e rilanciato, soprattutto quando l’altro viene sconfitto attraverso la violenza.
“La presenza della videocamera crea in automatico l’effetto pubblico anche quando il pubblico non c’è”, ha dichiarato Bruzzone, spiegando che quando esiste un pubblico, anche solo potenziale, la componente performativa diventa straordinariamente appetibile per gli adolescenti.
La violenza, in questo contesto, diventa un contenuto condivisibile per dimostrare che un’offesa è stata lavata nella maniera più violenta possibile.
Il problema, secondo la criminologa, non è l’uso del cellulare o dei social media in sé, ma il fatto che la presenza della videocamera trasforma ogni gesto in una performance rivolta a un pubblico che può approvare o disapprovare.
Il potere della visibilità e la costruzione dell’identità adolescenziale
Bruzzone ha osservato, poi, che oggi visibilità e approvazione dal grande pubblico sono diventate sinonimo di potere per molti adolescenti. Quel potere, secondo la criminologa, nasce dall’esigenza di sembrare forte, temuto, dominante, cattivo, un soggetto che non si fa mettere sotto.
L’etichetta personologica che la maggior parte di questi ragazzi tenta disperatamente di appiccicarsi addosso è stata indicata da Bruzzone come l’aspetto pericolosissimo che al momento non è stato colto nella sua reale pericolosità.
Molti adolescenti, come spiegato dalla criminologa, non percepiscono la gravità di quello che fanno perché sono catturati dal fatto che quel contenuto metterà in mostra una parte di loro vincente, forte e assertiva.
La spettacolarizzazione della violenza e la responsabilità delle piattaforme
La riflessione di Bruzzone, poi, si sofferma anche sul ruolo delle piattaforme social come amplificatori di una miscela già di per sé esplosiva, composta da adulti delegittimati, adolescenti fragili e famiglie disorientate.
I social media, secondo la criminologa, non sono generatori di queste problematiche ma amplificatori, e consentono a questa miscela di fragilità, frustrazione e disagio psicologico di diventare spettacolo.
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