Bambole Di Pezza a Sanremo: scelte discutibili per un risultato confuso e incoerente

I nostri lettori sanno bene che non siamo un sito propriamente sanremese. Ci occupiamo della kermesse a modo nostro, con articoli mirati o con una revisione finale, ma senza partecipare al “cancan” che caratterizza buona parte della stampa italiana. Sicuramente, questo sì, abbiamo un occhio di riguardo per certi artisti che comunque compaiono o sono comparsi sulle nostre pagine. Ecco perché, quest’anno, la nostra attenzione era concentrata sulle Bambole di Pezza, che spesso hanno avuto visibilità e stima su Indie For Bunnies. In occasione di Sanremo quindi parliamo di loro, ma non in termini particolarmente lusinghieri, a differenza delle altre volte…
L’ultima cosa che avrei voluto fare durante questo Sanremo era parlare male delle Bambole Di Pezza. Ci tenevo tantissimo alla loro partecipazione ed ero certissimo che sarebbero state capaci di dire qualcosa di significativo su quel palco. Purtroppo, ritengo che non sia andata così, e non certo per via del tipo di brano che hanno portato, ma di scelte che, secondo il mio giudizio, hanno alla base delle idee inadatte allo scopo. Provo a spiegarmi per bene.
Quando è emerso che “Resta Con Me” era una ballad, la mia curiosità era ulteriormente salita, perché non vedevo l’ora di ascoltare il modo in cui la band avesse messo del proprio in canoni musicali lontani dalla propria comfort zone. Quindi assolutamente non contesto la presunta mancanza di una componente rock, e i miei problemi sono altri.
Dal punto di vista musicale, trovo non condivisibile la scelta di un andamento cadenzato, sorretto da un timbro di batteria molto muscolare e da un sound, in generale, decisamente appesantito. Trovo che scelte di questo tipo non possano che condurre a un’eccessiva sensazione di prosopopea, a un voler mostrare i muscoli e gonfiare il petto senza dare valore alla sostanza, che in realtà è presente in una vocalità che gode di un buon grado di espressività e in linee di chitarra che riescono a dare all’arrangiamento una dimensione che esca un po’ da quella puramente marziale. Paradossalmente, un brano interpretato da sole donne soffre di un’eccessiva presenza di testosterone nel suono, con la sensazione ancor più corroborata dalla metrica stessa delle strofe. Si sarebbe potuto, e secondo me dovuto, mettere più al centro la voce e le chitarre, invece queste ultime risultano oltremodo sacrificate nell’esecuzione sanremese, visto che i suoni dell’orchestra le coprono ancora di più rispetto a quanto succede nella versione in studio. Voglio dire, sai che c’è l’orchestra, ma perché devi presentare un brano già pesante di suo, è ovvio che da quel palco uscirà ancora più appesantito, no? Alleggerisci, lascia un po’ di spazi, permetti allo scheletro della canzone di prendere aria. Niente di tutto questo, solo una densità (meglio, un addensamento) non necessaria che conduce dritti ritti verso la claustrofobia. Le Bambole Di Pezza sono sempre riuscite a far sì che i propri brani risultino freschi, scorrevoli, ariosi, e proprio per questo la loro svolta pop appariva credibile e interessante. Quando avrebbero semplicemente potuto provare a applicare questi concetti anche a come realizzare una ballad, hanno voluto prendere altre strade e, secondo me, non lo hanno fatto nel migliore dei modi.
Le cose non vanno meglio nemmeno quando si analizza il testo, che risulta, a voler essere generosi, confusionario e incoerente. Già solo il titolo non si associa bene a quanto viene raccontato, perché se dici a qualcuno “resta con me“, vuol dire che in quel momento è ancora lì con te, giusto? Se no, come fa a restare quando, in precedenza, se n’era andato? Al massimo potrà tornare, ma non certo restare. Peccato che, già dal secondo verso, si parla di “quel giorno“, che evidentemente è quello in cui la persona oggetto del testo si è allontanata, e se anche si volesse contestare questa interpretazione, non c’è argomentazione contraria a ciò che dico quando si apprende che la voce narrante ha “camminato sola“. Stabilita questa incoerenza di fondo, mi si potrebbe dire che mi sono fissato su una questione più sofistica che sostanziale, ma, a parte che le parole sono importanti, c’è un altro grave problema, più sostanziale che mai. Mi riferisco al continuo rimpallo tra il voler mostrare le proprie fragilità e il rivendicare la propria capacità di superare le difficoltà, e con questo non dico che se sentiamo la mancanza di qualcuno o qualcosa dobbiamo lasciarci andare e non reagire, anzi, reagire è doveroso, ma, nella realtà, il confine tra questi due stati d’animo è molto più sfumato del modo in cui lo rappresenta questo testo, che, a leggerlo, divide le due situazioni in compartimenti stagni, senza che ci sia un minimo di compenetrazione, di indecisione, di zona grigia. Prima la voce narrante dice di pensare ancora all’altra persona e che la sua vita è un’altra storia, poi, di colpo, si vanta che “non guarda in faccia niente” e che è “senza lacrime e paura” e poi, altrettanto repentinamente, si lancia nella pura implorazione di un ritornello onestamente dozzinale e per nulla risolutivo come, invece, dovrebbe essere. La realtà non funziona così, l’essere umano ha una gamma di sentimenti ben più ampia e mai così nitida come la descrivi tu, e sarà pure solo una canzone, ma da una band con la storia delle Bambole Di Pezza, un po’ più di genuinità emotiva me l’aspetto.
Le delusioni, lo sappiamo tutti bene, fanno necessariamente parte della vita di ogni appassionato musicale, e certamente quelle circoscritte al nostro ambito non sono certo la fine del mondo. Però il dispiacere c’è, inutile negarlo, proprio perché mai mi sarei aspettato di contestare a questa band la natura stessa delle loro scelte. Speriamo solo che si tratti di un episodio isolato e non dell’inizio della fine.
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