Ambiente

Appartenere allo spazio, il più disatteso dei diritti

Esiste un diritto che tra tutti è forse quello meno espresso e di conseguenza meno rispettato. È il diritto ad appartenere al luogo che si abita, connotando l’appartenenza di un valore esistenziale. Un valore che ha un impatto sulla salute, sulla qualità del vivere, sul benessere e in qualche modo anche sulla felicità. È su questo diritto, ma soprattutto sulla sua sistematica disattenzione, che l’urbanista Elena Granata riflette nel suo ultimo libro dal titolo La città di tutti – Ciò che ha valore non ha prezzo (in libreria per la collana Passaggi di Einaudi).

Granata torna in quest’opera su un tema che le è caro – basti considerare due sue precedenti pubblicazioni: Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo e Il senso delle donne per la città -: rivendicare il diritto ad essere determinanti, avere un ruolo, una parte su un’esperienza che si compie quotidianamente, che condiziona, ma su cui sempre più spesso (in particolare nelle grandi città, con Milano in testa) non si ha alcuna voce in capitolo.

Questa è l’esperienza dello spazio, quello in cui si vive, che si attraversa, osserva, respira e persino odora. Si tratta di un processo che, pur essendo consueto e ripetuto, si fatica a mettere a fuoco, vittime di quella che Granata non esita a considerare un’espropriazione. La geometria urbana addolcisce o addolora, può consolare o al contrario avvilire. Eppure, sempre di più si è indotti a non considerare, a non dare valore, appunto, a questa geometria. Certo la trasformazione non è recente, attualmente conta più responsabili ma parte da lontano. Da quando la città pubblica ha lasciato progressivamente spazio alla città mercato, quella dei centri commerciali, dei quartieri recintati, dell’edilizia speculativa. Ed è a questo punto che «il cittadino si trasforma via via in consumatore, lo spazio pubblico comincia a diventare una vetrina», scrive Granata. La conseguenza è desolante: «La città perde la sua tensione morale: non educa più, non accoglie, non redistribuisce. Diventa la città di chi ha più soldi, competitiva, scintillante, ma diseguale», prosegue.

Eppure, non è sempre stato così, anzi, c’è stato un momento preciso in cui la direzione era tutt’altra: era la stagione, temporalmente collocata tra le due guerre mondiali, più alta dell’idea di stato sociale e della città per tutti perché si affermava una «sorta di fede laica nel progetto urbano come strumento di progresso». Siamo nel tempo che sdogana un’idea: l’universalismo dei diritti, tutti i cittadini hanno diritto a una quantità minima di beni e servizi che garantisca loro dignità. «Il welfare urbano si costruisce su questa promessa: diritto alla casa (edilizia pubblica), diritto all’istruzione (scuole di quartiere), diritto alla salute (parchi e servizi sanitari), diritto alla mobilità (trasporto pubblico), diritto alla socialità (spazi pubblici accessibili). La cittadinanza si misura nella qualità dello spazio condiviso».

Diritto, dopo diritto, Granata mostra come, invece, siamo diventati cittadini dimezzati, ovvero come siamo stati espropriati del nostro spazio pubblico, gradualmente impoverito, al punto da non produrre più alcun vincolo di appartenenza con i luoghi in cui magari si risiede, lavora, studia. Si è fisicamente lì in quelle case, in quelle scuole, in quegli uffici ma non c’è appartenenza, non c’è condivisione. E non è una questione di possesso. La città di oggi, sottolinea Granata, «è una città non per tutti, non di tutti, di qualcuno più che di altri».


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