Cultura

ALBUM: Louse – Buyer’s Remorse

Brutti,sporchi e cattivi. Come approccio mi ricordano gli inarrivabili US Maple. In questo disco si sente il rumore della carne.

“Buyer’s Remorse” vuole essere sgradevole. Ma la cosa sorprendente è che riesce a esserlo con una tale precisione da trasformare la sgradevolezza in una forma di bellezza.

La loro musica è fisica, viscida, ripetitiva, claustrofobica. È fatta di riff che non avanzano: si incrostano. Di chitarre che non cercano un suono pulito ma una superficie ruvida sulla quale graffiare continuamente. Di un basso slide che sembra trascinarsi dietro qualcosa di pesante. Di un sax che rantola. Il risultato è quello che la stessa Riot Season definisce scum rock: una definizione apparentemente scherzosa ma in realtà perfetta.

Il disco è coeso, oscuro, concentrato. Il loro metodo del “single-riff ritual” viene esasperato: pochi elementi, ripetuti fino a quando smettono di sembrare strumenti musicali e diventano fenomeni fisici. È come entrare in una stanza sporca e scoprire, dopo qualche minuto, che le macchie sulle pareti formano un disegno.

“Best Laid Plans” è un’aggressione ripetuta. Le chitarre hanno quella qualità da sega circolare che appartiene al noise rock più fisico, mentre il basso slide introduce una componente quasi grottesca. La voce di The Captain sembra arrivare da dietro una porta. È un’apertura perfetta perché stabilisce immediatamente la regola del disco: qui non troveremo liberazione, catarsi o virtuosismo. Troveremo soltanto insistenza. Il brano è stato scelto anche come anticipazione dell’album, e non è difficile capire perché: contiene praticamente tutto il vocabolario dei Louse. La title track è ancora più malata. Il titolo, “rimorso dell’acquirente”, normalmente appartiene al linguaggio innocuo del commercio: compro qualcosa, poi mi pento. I Louse prendono questa espressione e la trasformano in una specie di metafora dell’esistenza. Hai comprato qualcosa. Forse una relazione. Forse una vita. Forse te stesso. E adesso ti sei accorto che era una fregatura.

“Rags And Tatters” è il momento nel quale la componente punk emerge con maggiore chiarezza. Dietro tutta questa sporcizia sonora, c’è groove. Un groove che non dovrebbe funzionare e invece funziona benissimo. “Wastepipe Ripper” è uno dei momenti più claustrofobici del disco. “Comfort” è forse il titolo più ironico dell’album. Il brano sembra costruire una falsa tregua. La struttura è meno immediatamente aggressiva, ma l’atmosfera è ancora più malsana. “Legal Loophole” procede con una certa spavalderia criminale, quasi fosse la colonna sonora di un piccolo delinquente convinto di aver trovato finalmente il modo di fregare il sistema. “Wheel” è uno degli episodi più ossessivi. Torna sempre allo stesso punto. “Meatslide” è grottesco, brutale ma anche comico. I Louse hanno un senso dell’umorismo nerissimo. “The Deer Caller” è probabilmente il momento più inquietante dell’album. Qui la tensione viene dilatata. Il sax assume una funzione particolarmente importante. È il brano nel quale la componente psichedelica e quella noise si incontrano più chiaramente. Chiudere con “Potato Diet” è una scelta perfetta. Dopo serial killer, carneficine, scappatoie legali e persone che cercano di sfuggire alla legge seppellendosi da sole, i Louse decidono di concludere il loro secondo album parlando di dieta a base di patate. Il brano riassume tutta la loro estetica: riff insistente, groove storto, brutalità e umorismo idiota.

“Buyer’s Remorse” è un disco difficile perché rifiuta quasi tutte le gratificazioni che normalmente cerchiamo nella musica. Non ci sono grandi melodie. Non ci sono assoli memorabili. Non ci sono cambi di atmosfera costruiti per accompagnare l’ascoltatore.

La produzione di James Atkinson, con il mastering di Matt Ibarra, riesce inoltre a compiere un piccolo miracolo: il disco è sporco ma non indistinto. Le chitarre sono affilate, il basso slide è enorme, il sax emerge come un elemento quasi tossico e la batteria mantiene tutto in movimento.

Questo album vuole sporcare, irritare, far ridere, mettere a disagio. Soprattutto, vuole far muovere la testa. Perché dopo tutta la sporcizia, tutto il disgusto e tutto il nichilismo, rimane quella cosa che la stessa Riot Season individua con una semplicità commovente: il groove.

Un album lurido, maligno, grottesco e stranamente irresistibile.

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