ALBUM: Anyx – Starlink | Indie For Bunnies

“…e uscimmo a riveder le stelle…”
Da una notte passata a contemplare gli astri celesti nasce questa perla. “Starlink” racconta la bellezza come forma di resistenza in un mondo che ha smarrito le proprie stelle.
Ci sono notti in cui alzare gli occhi al cielo significa ancora cercare qualcosa che ci trascenda. E poi ci sono notti in cui quelle che crediamo stelle si rivelano satelliti artificiali, minuscoli manufatti tecnologici che attraversano il buio portando con sé l’ambizione smisurata dell’uomo. È da questo equivoco sinistro che nasce il debutto solista di ANYX, alias Anna Lucia Nissen, artista berlinese. Un disco che s’interroga su una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo: la necessità di ritrovare una dimensione naturale, spirituale, innocente, mentre ogni angolo del mondo viene progressivamente colonizzato dalla tecnica, dal capitale e dalla nostra insaziabile fame di controllo.
Anna Lucia Nissen affronta questa contraddizione senza ricorrere alla consueta estetica apocalittica. Il suo è un universo sonoro austero, obliquo, attraversato da improvvise aperture melodiche e da una tensione che non esplode necessariamente in catarsi. Chitarre abrasive, tastiere, arpa, percussioni e contrabbasso vengono disposti nello spazio con un’attenzione scultorea.
Il fascino principale del disco, però, risiede nella magnifica voce di ANYX, dai sublimi colori da contralto, malinconica, profonda e solenne al tempo stesso.
Sembra appartenere a una creatura sospesa fra umano e ultraterreno. In alcuni passaggi affiora un’ombra di Scott Walker, in altri una sensibilità che richiama l’intensità spirituale di Anohni.
L’apertura affidata a “Ladybirds Spine” chiarisce immediatamente le coordinate di questo viaggio. Una trama chitarristica insistente e una pulsazione percussiva solenne costruiscono una massa sonora che sembra sul punto di travolgere ogni cosa ma la voce ci riconsegna immediatamente una dimensione romantica e gotica. La coccinella del titolo diventa una misura dell’impotenza, ma anche un punto d’osservazione privilegiato: talvolta bisogna essere piccoli per accorgersi di quanto sia diventato enorme il disordine che ci sovrasta.
Il breve “Prelude” funziona come una soglia, una sospensione che prepara l’ingresso in “Window In Your Eyes”. Qui la scrittura si apre a una dimensione fiabesca, ma di una fiaba che abbia perduto ogni innocenza. Gli arpeggi, l’arpa e le percussioni disegnano un paesaggio instabile, nel quale la delicatezza convive con una solennità inquietante. La musica procede attraverso trasformazioni successive, senza mai stabilizzarsi del tutto.
“Strange Times” è uno dei vertici del disco. Le campane provengono da un luogo remoto, mentre la voce si muove fra inquietudine e contemplazione.
In “Spring Birds” la voce si ritrae fino a diventare un sussurro, accompagnata da una trama sonora rarefatta nella quale il respiro assume un ruolo decisivo. Il brano sembra chiedere all’ascoltatore di avvicinarsi, di rinunciare alla distanza rassicurante da cui abitualmente consuma la musica.
“Sucker” si muove tra art-rock e darkwave romantica.
Arriviamo a “Marian”, uno struggente capolavoro. Una tensione religiosa, una malinconia quasi insostenibile circondano questo magnifico brano.
“Relic”, infine, chiude il percorso con arpeggi e voce eterei che creano un’atmosfera sospesa, ipnotica.
Uno dei migliori esordi dell’anno, se non il migliore in assoluto.
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