cosa cambia per lavoro, web e informazione
Dalle prime esperienze al Pigneto al trasferimento al Tecnopolo Tiburtino, il percorso di WebHero racconta anche l’evoluzione del lavoro digitale a Roma. Negli anni scorsi Abitarearoma aveva seguito alcune tappe di questa storia: l’apertura del coworking Urban Cowo, i corsi di formazione sul posizionamento nei motori di ricerca e le opportunità della SEO per le imprese.
Nel 2020 avevamo inoltre raccolto la testimonianza di WebHero nell’ambito di un articolo dedicato agli imprenditori di Roma Est durante l’emergenza coronavirus.
Oggi torniamo a parlare con Federico Giannicchi, cofondatore di WebHero, per capire come l’intelligenza artificiale stia cambiando il marketing, le imprese, le professioni e il modo di cercare informazioni. Con uno sguardo particolare alle attività romane e al futuro del giornalismo locale.
Federico, sono passati diversi anni dalle prime volte in cui abbiamo raccontato WebHero su Abitarearoma. Allora parlavamo soprattutto di SEO, formazione e coworking al Pigneto. Che cosa è diventata oggi WebHero e qual è stato il cambiamento più importante in questo percorso?
Oggi WebHero è una realtà completamente diversa: ci siamo evoluti, ci siamo strutturati e siamo diventati un’agenzia di Performance Marketing di livello riconosciuta in tutta Italia, con progetti attivi che ormai valicano i confini nazionali per coprire Europa e Stati Uniti.
E da poco è partito il progetto Aihero per consulenza AI per le aziende.
Il cambiamento più importante in questo percorso è stato sicuramente il passaggio da una dimensione locale e poliedrica a un modello d’agenzia fortemente focalizzato sui dati e sulle performance scalabili.
Per sostenere questa crescita avevamo bisogno di uno spazio allineato alle nostre nuove dimensioni, motivo per cui ci siamo trasferiti al Tecnopolo Tiburtina, uno dei principali hub di innovazione della capitale.
E per quanto riguarda il coworking al Pigneto? Guardando indietro con massima onestà, quella formula in quel momento ci serviva come carburante per dare gas e sostenere il progetto WebHero. Raggiunto il suo scopo e definita chiaramente la nostra rotta sul performance marketing, abbiamo chiuso il coworking per concentrare il 100% delle energie del team sulla crescita delle aziende che seguiamo.
Nel 2019 spiegavi quanto fosse importante per un’azienda riuscire a farsi trovare nelle prime posizioni di Google. Oggi sempre più persone fanno una domanda direttamente a ChatGPT, Gemini o Perplexity e spesso ottengono la risposta senza visitare un sito. La SEO sta morendo o sta semplicemente cambiando pelle?
La SEO non sta affatto morendo, sta solo cambiando pelle: siamo passati dalla classica SEO alla GEO (Generative Engine Optimization).
Sistemi come ChatGPT, Gemini o Perplexity non inventano le risposte: analizzano il web e citano i brand più autorevoli. Oggi l’obiettivo non è più solo intercettare un click su Google, ma fare in modo che l’Intelligenza Artificiale riconosca la tua azienda come l’autorità del settore.
I contenuti civetta creati solo per “fregare” l’algoritmo sono destinati a sparire. Vince chi ha un brand forte, reputazione e dati reali.
Oggi WebHero si occupa anche di intelligenza artificiale. Al di là delle mode e degli slogan, che cosa è cambiato concretamente nel lavoro quotidiano della vostra agenzia grazie all’AI? Ci sono attività che tre anni fa richiedevano ore e che oggi vengono svolte in pochi minuti?
Concretamente è cambiato il modo in cui gestiamo il tempo e la qualità del nostro lavoro: l’AI ha praticamente azzerato i tempi del “lavoro sporco” e dell’elaborazione manuale dei dati.
Noi di WebHero siamo stati tra i primi a puntarci e, specialmente negli ultimi 6 mesi, ho visto un vero e proprio switch mentale in tutto il team. Rimango ancora esterrefatto, giorno dopo giorno, nel vedere come i nostri ragazzi riescano a innovare e ottimizzare continuamente i processi interni.
Spesso si pensa all’AI solo come a un modo per risparmiare tempo (ed in parte è così), ma il vero impatto è un altro: è la capacità di migliorare totalmente la resa del lavoro. Oggi non facciamo solo le cose più velocemente, ma riusciamo a fornire ai nostri clienti analisi, strategie e risultati infinitamente più approfonditi e completi rispetto al passato.
E quali attività, invece, non affideresti mai completamente all’intelligenza artificiale? Dove continua a fare davvero la differenza l’esperienza umana?
Non affiderei mai all’AI due aspetti fondamentali: la visione strategica di lungo periodo e la relazione umana.
L’AI è straordinaria nell’elaborare e ricombinare dati del passato, ma non ha intuizione, empatia né sensibilità imprenditoriale. Non conosce la storia personale di un cliente, non comprende fino in fondo le sue paure e non può prendere quella decisione audace “fuori dagli schemi” che cambia le sorti di un’azienda.
L’intelligenza artificiale cambierà anche le professioni del vostro settore. Copywriter, SEO specialist, programmatori, grafici, analisti: quali figure rischiano maggiormente di essere trasformate e quali competenze diventeranno invece più preziose?
Tutte le figure sono già trasformate, ma il rischio reale non riguarda il “titolo” del ruolo, riguarda il livello di esecuzione: chiunque continui a fare un lavoro puramente meccanico rischia l’irrilevanza.
Il vero cambio di paradigma è che ogni professionista deve evolvere da “esecutore” a “direttore” o supervisore del proprio ambito, usando l’AI come una squadra di assistenti iper-veloci. È come se avesse sotto di sé un’altra microazienda da gestire.
Proprio per questo ora si parla di orchestrazione agentica.
C’è anche un effetto sul rapporto con i clienti? Se oggi un imprenditore può produrre in pochi secondi testi, immagini, analisi e idee con un’AI, per che cosa continuerà ad avere bisogno di un’agenzia come WebHero?
Assolutamente sì, e per spiegarlo farei un paragone immediato: mettere l’AI in mano a chiunque è un po’ come regalare una Ferrari. Avere 800 cavalli sotto il cofano non ti rende un pilota di Formula 1. Anzi, se non sai guidarla, l’unico risultato è che vai fuori strada a 300 km/h. Ed è esattamente quello che sta succedendo oggi a molte aziende.
L’AI ha una caratteristica insidiosa: è estremamente assertiva. Ti risponde sempre con una sicurezza disarmante, anche quando dice una fesseria. Il trappolone oggi è questo: se le fai domande mediocri, ottieni risposte mediocri impacchettate benissimo, e ti autoconvinci pure che quella sia la strategia giusta. Molti imprenditori si stanno convincendo di fare marketing solo perché ChatGPT dà loro ragione, per poi finire dritti contro il muro quando guardano i conti a fine mese.
I veri imprenditori non fanno questo sbaglio, sanno che la professionalità guida l’AI e non viceversa.
L’AI permette di produrre enormi quantità di contenuti a costi bassissimi. Non rischiamo di riempire Internet di materiale formalmente corretto ma poco utile, ripetitivo o addirittura inaffidabile? In questo scenario, autorevolezza e reputazione di una fonte conteranno più o meno di prima?
Non è un rischio, è già la realtà. Internet si sta saturando di testi formalmente perfetti ma totalmente piatti e inutili.
Ne abbiamo discusso proprio il 25 settembre durante il nostro evento al Tecnopolo “AI Pratica per le aziende”, ponendo al pubblico una domanda provocatoria: “Ma c’era davvero bisogno di tutta questa spazzatura?”
In uno scenario dove produrre contenuti costa zero e richiede tre secondi, il valore del singolo testo si azzera.
Gli utenti (e gli stessi algoritmi) hanno già sviluppato gli anticorpi: scartano il contenuto preconfezionato e premiano solo chi porta sul tavolo competenze reali, casi studio veri e dati proprietari. In questo mare di rumore generato in serie, l’autorevolezza non è più solo un vantaggio, ma l’unica vera assicurazione sulla vita per un’azienda.
Negli ultimi tempi chi gestisce un sito, soprattutto se molto grande e con un archivio corposo, deve fare i conti anche con bot e crawler sempre più numerosi, compresi quelli legati all’intelligenza artificiale. Anche ad Abitarearoma ci è capitato recentemente di affrontare un problema di questo tipo. Quanto è serio oggi il fenomeno e come può un editore proteggere il proprio sito senza penalizzare i motori di ricerca e i servizi che invece è utile lasciare entrare?
È un problema gigante e sempre più frequente: questi bot dell’AI entrano nei siti, succhiano archivi di dati a raffica e finiscono per mandare in blocco i server, proprio come è successo a voi.
Il pericolo vero è farsi prendere dal panico e murare tutto: se blocchi a casaccio, rischi di chiudere la porta in faccia anche a Google e a chi ti porta traffico e visibilità. Se non fai nulla, il sito va giù.
Per gestire questo equilibrio senza fare danni non servono soluzioni generiche o sbrigative, ma servono mani esperte. In WebHero abbiamo la fortuna di avere Alessandro Tagliaboschi, che su queste infrastrutture ed equilibri tecnici complessi è un vero e proprio punto di riferimento.
Ti faccio una domanda che ci riguarda da vicino ma credo interessi tutto il mondo dell’informazione locale: come può un giornale online radicato sul territorio continuare a essere trovato e riconosciuto come fonte nell’epoca delle risposte generate dall’intelligenza artificiale?
Questa è una domanda cruciale, ed è proprio qui che il giornalismo locale ha, paradossalmente, un vantaggio competitivo enorme rispetto all’AI.
Un giornale territoriale non deve cercare di battere l’Intelligenza Artificiale sul tempo o sulla quantità delle notizie “generiche”, sarebbe una battaglia persa. L’AI sintetizza benissimo quello che trova in rete, ma non va per strada a fare le interviste, non scova il degrado di un quartiere, non conosce la storia del commerciante all’angolo.
La chiave per farsi trovare oggi, in quella che chiamiamo GEO (Generative Engine Optimization), è possedere il dato primario e originale.
I motori generativi cercano fonti dirette. Se Abitarearoma tira fuori uno scoop locale, un’inchiesta sul territorio, o un’intervista esclusiva che nessun altro ha, ChatGPT o Perplexity saranno costretti a usare voi come fonte primaria, e a citarvi.
WebHero è nata e cresciuta a Roma: dalle esperienze al Pigneto siete arrivati oggi al Tecnopolo. Roma è diventata in questi anni una città più favorevole per chi lavora nell’innovazione digitale oppure continua a scontare un ritardo rispetto ad altre realtà italiane ed europee?
Roma è una città dai due volti. Da una parte, vediamo un fermento positivo: ci sono sempre più realtà sveglie, startup e poli d’eccellenza, come appunto il Tecnopolo Tiburtina, che dimostrano come si possa fare innovazione digitale ad altissimi livelli anche qui.
Dall’altra parte, però, continuiamo a scontrarci con un vecchio tessuto imprenditoriale ancora troppo restio al cambiamento, ed è un problema serio.
Ci capita spesso di incontrare aziende romane molto strutturate, con enormi potenzialità di crescita, ma frenate da manager poco avvezzi all’innovazione o ancorati al “si è sempre fatto così”. Il paradosso è che queste aziende potrebbero letteralmente volare se solo abbracciassero le nuove tecnologie (come l’AI e l’analisi dei dati di cui parlavamo prima), ma spesso preferiscono non fare il passo, temporeggiano, e lasciano il peso della digitalizzazione alle nuove generazioni.
Il ritardo di Roma, rispetto a Milano o ad altre capitali europee, non è tanto tecnologico o di competenze, quanto di cultura manageriale.
Dal vostro osservatorio, come sono cambiate le imprese romane? Negozianti, professionisti e piccole aziende hanno acquisito maggiore cultura digitale oppure incontri ancora gli stessi errori che vedevi dieci anni fa?
Qualcosa è sicuramente cambiato e la sensibilità generale è aumentata rispetto a dieci anni fa, ma persiste ancora un errore di fondo: considerare il marketing come una spesa anziché come un investimento.
Ci sono ancora tanti commercianti e professionisti tradizionali che vedono le campagne o la digitalizzazione come una voce di costo a bilancio, una spesa da fare “se avanzano due soldi” o da tagliare al primo momento di difficoltà. Non hanno ancora interiorizzato la logica dei dati e della performance: se metti 1 € in un sistema misurabile e te ne rientrano 8 €, non stai “spendendo”, stai alimentando il motore che fa crescere la tua azienda.
Al contrario, le nuove imprese e le realtà nate di recente sono già pronte. Hanno una mentalità nativamente digitale, capiscono subito il valore dei dati e sanno che il marketing è il carburante indispensabile per stare sul mercato.
L’intelligenza artificiale può diventare un vantaggio concreto anche per il piccolo commerciante di quartiere, l’artigiano o il professionista romano, oppure rischia di allargare ulteriormente il divario rispetto alle grandi aziende? Da dove consiglieresti di cominciare a una piccola attività?
Assolutamente sì, può diventare un vantaggio enorme e persino accorciare le distanze con i “grandi”.
Se prima la grande azienda aveva un intero reparto marketing e il piccolo commerciante o artigiano doveva fare tutto da solo la sera a serranda chiusa, oggi l’AI è proprio quel collaboratore sempre attivo che riequilibra la partita. Il rischio di allargare il divario c’è solo per chi decide di ignorarla; per chi la usa, è un livellatore straordinario.
Consiglio di non partire con cose complesse, ma di scegliere un solo problema noioso che fa perdere tempo ogni giorno. Risolto quello si passa al prossimo. Invece vedo solo gente che crea soluzioni per poi abbandonarle il giorno dopo, ecco forse è questo il problema più grande dell’AI in questi mesi.
Anni fa WebHero investiva molto anche sulla formazione. Se oggi un ragazzo o una ragazza di Roma volesse costruirsi una professione nel digitale, quali competenze gli consiglieresti di imparare davvero e quali, invece, rischiano di essere già superate prima ancora di terminare un corso?
Innanzitutto, occorre prendere atto che l’era dell’esecutore che impara a memoria “dove cliccare” o come impostare manualmente un modello base è definitivamente finita, perché le attività meccaniche vengono assorbite dall’AI. Oggi un ragazzo deve sviluppare una visione d’insieme capace di unire tecnologia, psicologia e una visione data driven.
Quindi la base di tutto resta l’analisi dei dati e la cultura della performance. Non parliamo di compilare semplici reportini, ma di imparare a estrarre i microdati dal web tramite lo scraping, saperli leggere e interpretarli per calcolare il reale ritorno sull’investimento di un’azienda, comprendendo esattamente cosa sta portando fatturato e cosa no.
In secondo luogo, diventa fondamentale saper orchestrare l’intelligenza artificiale e le automazioni. Non serve diventare programmatori puri, ma occorre imparare ad architettare flussi di lavoro complessi, facendo dialogare i dati aziendali con i modelli generativi per eliminare i tempi morti e velocizzare le decisioni strategiche.
Qual è, secondo te, la cosa sull’intelligenza artificiale di cui oggi si parla troppo e quale quella di cui si parla ancora troppo poco?
Si parla troppo della generazione compulsiva di contenuti e del “miraggio del fai-da-te”. C’è una narrazione spesso polarizzata: da un lato il catastrofismo di chi grida alla fine del lavoro umano, dall’altro la favola commerciale di chi pensa che basti premere un tasto su ChatGPT per sostituire un reparto marketing e far crescere un’azienda.
Si parla troppo poco di integrazione strutturale dei dati proprietari e di architettura dei processi. Tutti sono fissati sui modelli generativi di testo o immagini, ma pochissimi spiegano agli imprenditori come far dialogare l’AI direttamente con la propria banca dati aziendale (tramite MCP, scraping e analisi automatizzate) per prendere decisioni di business infallibili in pochi minuti. Si parla troppo poco di come l’AI debba essere legata al ROI e al conto economico, e di quanto sia cruciale la direzione strategica umana per trasformare tutta questa tecnologia in fatturato reale.
Guardando avanti di cinque anni, continueremo ad aprire Google, visitare siti e navigare come facciamo oggi oppure saranno gli assistenti e gli agenti AI a cercare, confrontare e magari acquistare direttamente per noi?
Tra cinque anni il modo in cui navighiamo sul web sarà irriconoscibile rispetto a oggi. Andiamo verso quella che definiamo Agentic Web: non saremo più noi a passare ore tra decine di schede del browser, filtri e comparatori, ma saranno gli agenti AI a svolgere il lavoro operativo al posto nostro.
Gli assistenti non si limiteranno a darci risposte testuali, ma eseguiranno azioni complesse: cercheranno, confronteranno le opzioni in base alle nostre reali preferenze e arriveranno a completare la transazione d’acquisto per tutti i beni e servizi standard o ricorrenti.
La vera sfida per le aziende sarà imparare a servire due clienti contemporaneamente: l’agente AI (garantendo dati strutturati, API veloci e massima trasparenza affinché la macchina le selezioni) e l’essere umano (costruendo un’autorevolezza e un’identità così forti che l’utente dirà al suo assistente: “Non cercarmene altri, voglio comprare proprio da loro”).
La navigazione umana non scomparirà del tutto, ma cambierà ruolo.
Conosci Abitarearoma da molti anni e ogni tanto sei stato anche una delle persone a cui ho chiesto un consiglio. Guardandolo oggi dall’esterno, qual è la cosa che secondo te dovremmo assolutamente preservare e quale quella che dovremmo avere il coraggio di cambiare?
La cosa da preservare assolutamente: la serietà, il senso di oggettività e il rispetto profondo per il lettore. In un panorama editoriale (specialmente quello locale) ormai drogato dalla ricerca ossessiva del clickbait, da titoli strillati e da notizie spazzatura fatte solo per fare volume, Abitarearoma ha sempre mantenuto una dignità e un’etica rare. Lo si vede anche come trattate la parte di adv, con assoluto rispetto per il lettore.
Questa credibilità è la vostra risorsa più preziosa e l’unica vera difesa per il futuro: non cedere mai alla tentazione del traffico facile è ciò che vi rende una fonte autorevole e rispettata.
Cosa migliorare?
Il coraggio di investire massicciamente nella crescita e nel posizionamento del vostro brand.
Questo significa avere l’audacia di “presentarsi coi fiocchi”: curare in modo maniacale l’esperienza da mobile ed elevare l’immagine complessiva del sito affinché trasmetta immediatamente, sia ai lettori che ai nuovi motori di ricerca, tutta l’autorevolezza del vostro blasone editoriale che possedete già.
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