“Abusò della collega”: due anni con condizionale e non menzione a ex dipendente del pub Edit

È stato condannato a due anni di reclusione il trentenne ex addetto al bancone del pub Edit finito a processo con l’accusa di violenza sessuale. L’uomo era stato subito licenziato dopo la denuncia di una collega. I fatti risalgono all’estate del 2024: secondo la ricostruzione dell’accusa, l’imputato avrebbe iniziato a seguire in modo del tutto immotivato la collega, con l’episodio più grave all’interno del bagno delle donne del locale, dove la vittima sarebbe stata palpeggiata al termine di un turno di lavoro.
Un comportamento che, stando alle testimonianze raccolte, non avrebbe rappresentato un unicum. Nel corso del processo sono infatti emerse le dichiarazioni di altre dipendenti: una cameriera ha descritto lo stato di forte shock della giovane subito dopo l’aggressione mentre una seconda collega ha raccontato di aver subito a sua volta contatti fisici indesiderati.
La giovane, pur avendo scelto di non costituirsi parte civile, ha voluto comunque presenziare ad alcune udienze, assistita dal supporto emotivo e dalla solidarietà dei compagni di lavoro. Sul banco degli imputati, l’uomo – assistito dall’avvocato Luca Giuseppe Zanusso – ha respinto le accuse rispondendo alle domande della sostituta procuratrice Livia Locci.
L’imputato ha ammesso di aver seguito la collega in bagno, giustificandosi con un presunto fraintendimento: “Volevo capire se volesse avere un rapporto con me… Evidentemente ho frainteso alcuni suoi comportamenti”. Era arrivato a insinuare che la denuncia fosse una mossa strategica per farlo licenziare e prendere il suo posto al lavoro.
Tramite il suo avvocato, il banconista anticipa che presenterà ricorso in appello. Il legale aveva chiesto l’assoluzione, definendo il suo assistito una persona “goffa, immatura e culturalmente arretrata” e sostenendo che “in questo processo la prova vacilla: il racconto della vittima è basato su una rilettura retrospettiva degli episodi”.
La pm ha ribadito che i fatti contestati sono pienamente consumati: la vittima ha dovuto divincolarsi attivamente e l’aggressore ha interrotto la sua condotta soltanto a causa dell’arrivo di un’altra persona, e non per una scelta autonoma. L’accusa ha inoltre acceso i riflettori sulle difficoltà psicologiche e lavorative incontrate nel denunciare simili episodi, dove la paura di subire problemi disciplinari o imbarazzi in azienda rischia di isolare ulteriormente le vittime.
Il Collegio ha riconosciuto la penale responsabilità dell’imputato derubricando la fattispecie nella previsione di minore gravità. All’imputato sono stati inoltre concessi i doppi benefici, consistenti nella sospensione condizionale della pena e nella non menzione della condanna.
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