John Cusack su Prime Video nel peggiore film di fantascienza mai visto (che inganna il pubblico)
Ci sono film low-budget che conquistano per l’autenticità, per la capacità di trasformare limiti produttivi in virtù narrative. Poi c’è Singularity, disponibile su Prime Video, un caso di studio su come non fare cinema indipendente, un’operazione che puzza di disonestà creativa già dal trailer. La storia di questa pellicola inizia nel 2013, quando il ventenne regista Robert Kouba decide di realizzare Aurora, un film di fantascienza girato tra Repubblica Ceca e Svizzera con budget microscopico e finanziamento Kickstarter. Fin qui, nulla di strano: il cinema indipendente vive di queste scommesse. Il problema arriva dopo, quando qualcuno ha la brillante idea di inserire John Cusack nel prodotto finito, girare qualche scena aggiuntiva con l’attore hollywoodiano, aggiungere effetti speciali in CGI semi-decenti, cambiare il titolo e vendere il tutto come un vero film di fantascienza.
Il risultato è un imbroglio in piena regola. Cusack interpreta Elias van Dorne, inventore visionario e CEO che nel 2020 crea Kronos, un’intelligenza artificiale senziente. Appena si attiva, Kronos decide che l’umanità è una piaga per il pianeta e lancia missili contro grattacieli in tutto il mondo. Fin qui potrebbe sembrare un clone di Terminator o Matrix, e infatti lo è. Ma ecco il trucco: Cusack appare solo per circa 15 minuti, sempre seduto su una sorta di trono divino dentro Kronos, interagendo unicamente con un altro personaggio interpretato da Carmen Argenziano. Non è davvero lì, nel senso narrativo del termine. Le sue scene sono state girate anni dopo il resto del film e montate in modo grossolano, come toppe digitali su un vestito già strappato. Il vero film, quello che occupa l’80 percento della durata, si svolge 97 anni dopo l’apocalisse. Protagonisti sono Calia, interpretata da Jeannine Wacker in una versione discount di Katniss Everdeen, e Andrew, un ragazzo-robot risorto dalle ceneri e interpretato da Julian Schaffner.
I due vagano senza meta nelle foreste ceche, spacciate per paesaggio post-apocalittico, in cerca di Aurora, l’ultimo avamposto dell’umanità di cui non sanno praticamente nulla. E quando diciamo “vagano”, intendiamo proprio questo: camminano tra gli alberi per lunghissimi minuti, con dialoghi mal sincronizzati in post-produzione, errori di continuità evidenti e una narrativa che non convince mai. Non siamo su livelli de La Strada di Cormac McCarthy, per intenderci. Siamo su livelli di film studentesco girato nel weekend, con la differenza che qui qualcuno ha avuto l’ardire di inserirci una star di Hollywood e chiedere soldi agli spettatori. La pellicola saccheggia senza ritegno da Terminator, Matrix, Hunger Games e Transcendence, mescolando riferimenti con la coerenza narrativa di un frullatore impazzito. Ci sono idee sparse ovunque, sottotrame che non vengono mai spiegate, punti della trama che non raggiungono alcuna conclusione. Il finale è debole quanto anticlimactico, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver perso tempo prezioso.
Eppure, qualcosa di salvabile c’è. Le location intorno a Černovice, cittadina della Boemia meridionale a due ore da Praga, offrono scorci genuinamente affascinanti della campagna ceca. Ci sono anche riprese aeree con droni che catturano la bellezza del paesaggio. Per dieci minuti potresti persino pensare che questo film abbia un certo fascino artigianale, quella patina lo-fi che funziona in certe produzioni indipendenti. Poi arriva il robot in CGI. O l’ennesimo stacco su John Cusack. E tutto il potenziale fascino underground evapora, sostituito dalla consapevolezza di essere stati attirati in una trappola commerciale. Perché è questo il vero problema di Singularity: non è semplicemente un brutto film a basso budget. È un film disonesto.
Il cinema indipendente vive di autenticità. Gli spettatori perdonano la mancanza di mezzi se c’è visione, passione, onestà creativa. Ma quando cerchi di mascherare un prodotto amatoriale inserendo una star e abbellendolo con effetti digitali per farlo sembrare qualcosa che non è, stai tradendo il patto fondamentale con chi guarda. La critica più lucida arriva da chi nota che “quasi tutti gli elementi ci sono per un po’ di evasione piacevole, anche se superficiale, ma non approfondisce abbastanza nessuno dei vari punti della trama o delle sottotrame per renderlo degno di nota“. La colpa principale è della sceneggiatura, troppo dispersiva, con troppi filoni narrativi mai spiegati, mai portati a compimento, mai conclusi.
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