Moschino sfila in un parcheggio con 450 persone comuni, Scervino reinventa la pelle e Tod’s risponde all’AI: cosa abbiamo visto alla Milano Fashion Week
Minigonne gonfie in duchesse, giacche da corsaro con galloni dorati, collant trasformati in abiti, gonne pareo in satin di seta, trench in pelle traforata, mocassini affusolati, foulard azeri piegati e ricuciti senza perdere la loro forma quadrata. Il best of delle sfilate del 25 e 26 settembre alla Milano Fashion Week passa da immagini molto diverse tra loro: Ermanno Scervino ed Elisabetta Franchi restano dentro il proprio vocabolario di femminilità, Luisa Spagnoli costruisce un’estate da giardino umbro, Tod’s lavora sul lessico dell’artigianalità italiana, Institution conferma Galib Gassanoff tra i nomi emergenti più solidi e Moschino, con il debutto di Loris Messina e Simone Rizzo, sceglie di far discutere ancora prima di mostrare gli abiti.
Ermanno Scervino: “Sirene corsare e pelle fluida come seta”
L’ispirazione scaturisce dal 1960, quando Marlon Brando sbarcò a Tahiti per girare Gli ammutinati del Bounty innamorandosi di Tarita Teriipaia. Scervino riparte da quella rotta polinesiana per tracciare una femminilità corsara, segnata dal vento e dal sale, ma ritmata dai giri di basso di Yellow Submarine. “Molto corto, pochissimi abiti lunghi, grande ricerca di materiali”, ha sintetizzato lo stilista nel backstage. Il fulcro è “una ricerca ossessiva della pelle, leggerissima, che doveva essere fluida come una camicia”. La nappa tamponata a mano assume il colore del legno bruciato, lo strato di lino evoca le vele e il camoscio richiama i cordami. Un guardaroba fatto di giacche robuste bordate da galloni di seta che si appoggiano su minigonne gonfie in duchesse e shorts. La dicotomia esplode nei capispalla: sotto marsine e trench trasparenti compaiono corsetti scultura e tute in maglia trasparente da sirena. Ai piedi, una rivisitazione decisa degli anni Settanta: “La scarpa nuova della stagione è l’olandese, laccato nei colori del raso di seta, quindi con tutti i colori della lingerie”.
Elisabetta Franchi: “Il collant si fa abito e sdogana il Giaguarino”
Elisabetta Franchi ridisegna le proporzioni della sensualità invertendo i codici abituali. Il seno si nasconde, lasciando la scena a clavicole e spalle incorniciate da maxi blazer, mentre il corpo viene ridefinito dall’uso inedito del collant, trasformato da accessorio a capospalla (abito, gonna, top e persino guanto). La decorazione si fa più ricercata. Franchi, animalista convinta, inventa il “Giaguarino”, un motivo animalier che sembra un tatuaggio sottile sull’organza da calza e ritorna anche sulle paillettes trasparenti. La pelle prende stampa anguilla, il pvc stampa coccodrillo, il jersey viene lavorato con drappeggi che cambiano la superficie e accompagnano il movimento. Accanto al nero più aggressivo entrano cammello, tabacco, nude, rosa, grigio mélange e Red Velvet, con un punto di rosa pelle accostato al rosso lacca dei cristalli sui guanti. È una sartoria che assorbe lo sportswear, dove stivali dritti al ginocchio e ciclisti portano la stilista verso una dimensione più contemporanea e cosmopolita.
Moschino: “L’happening in tangenziale che sovverte il lusso”
Il debutto di Loris Messina e Simone Rizzo da Moschino ha diviso gli addetti ai lavori già dalla location: la terrazza del parcheggio dell’Unipol Dome di Santa Giulia, nuovo polo costruito per le Olimpiadi. Un garage, poi il tetto, poi il tramonto con lo skyline milanese. La scelta ha irritato qualcuno, spiazzato molti, costretto tutti a stare dentro un dispositivo meno comodo della solita sala sfilata. Ed è proprio lì che il gesto diventa coerente con Moschino: non tanto nella battuta facile, ma nel piacere di disturbare le aspettative.
In passerella, o meglio sulla strada improvvisata sul tetto, camminano circa 450 persone della community Sunnei (il brand da loro fondato e poi fallito, ndr), mescolate ai modelli e mandate in senso contrario rispetto alla collezione. Bambini con i genitori, una ragazza incinta, un uomo con il cane, qualcuno con le piante legate alla bicicletta, una ragazza con la sacca della palestra. A tratti è difficile capire chi sia modello e chi no, dove finisca la sfilata e dove inizi la vita quotidiana. L’osservatore deve guardare meglio, riconoscere gli abiti, confrontarli con i look ordinari della folla. “Ci interessava molto creare una sorta di scatola di cui tutti fanno parte: i modelli, noi, voi. Non c’è divisione ma tutti sono un’unica cosa”, spiegano Messina e Rizzo nel backstage. La folla, precisano, è “la nostra comunità”: persone con cui hanno lavorato e costruito progetti negli ultimi anni. “Abbiamo sempre usato la parola ‘comunità’, perché pensiamo che sia una forza”.
Gli abiti lavorano sul corpo come materia trasformabile: imbottiture che deformano fianchi e fondoschiena, gonne quasi ottocentesche, frange, tocchi di giallo fluo, t-shirt maschili con pettorali simulati. Il duo parla di “incarnazione”: “Il corpo può essere qualsiasi cosa. Può essere modellato come si faceva nell’Ottocento oppure trasformato. Puoi farne ciò che vuoi. E per noi va bene così”. Non vogliono chiamarla critica: “È semplicemente una fotografia del presente”. Il rapporto con Franco Moschino non passa da slogan facili. “Non abbiamo bisogno di scrivere qualcosa su una t-shirt e basta. Abbiamo un altro linguaggio”, dicono. Il gioco resta, ma non basta a definire il progetto. “A essere sinceri, non sappiamo perché Moschino venga spesso ridotto a uno scherzo. Per noi Moschino è sempre stato qualcosa di estremamente intelligente, più che divertente”.

Tod’s: “L’Intelligenza Artigianale del Pashmy”
Nell’era degli algoritmi, Matteo Tamburini rivendica per Tod’s la supremazia dell’IA italiana: l’Intelligenza Artigianale. La collezione è uno studio chirurgico sui materiali, trattati per esaltarne la profondità e le sfumature naturali. Il protagonista assoluto è il Pashmy, una pelle lavorata per ottenere una consistenza straordinariamente morbida e setosa. Su una palette dominata dai toni bruciati della terra, si innestano lampi di giallo zafferano e rosso intenso. I capispalla dettano le regole: trench in pelle traforata o in Windsilk (un’innovativa mescola di seta e nylon), giacche biker in vitello ed eleganti doppiopetto sartoriali. Ma la vera intuizione di Tamburini è la decostruzione del Gommino: il celebre pattern a piolini abbandona la suola dei mocassini per diventare un motivo decorativo e traforato su borse e capispalla, alleggerendo i volumi attraverso un sapiente gioco di pieni e vuoti. Il dettaglio di tendenza da copiare? Un paio dei nuovi mocassini con lavorazione traforata portati appesi alla borsa come se fossero ciondoli, perfetti per sostituire i tacchi quando iniziano a fare troppo male.
Luisa Spagnoli: “Il pragmatismo romantico del giardino umbro”
Nicoletta Spagnoli conferma la sua caratura di pragmatica imprenditrice e abile designer, rifugiandosi nell’ispirazione botanica di un lussureggiante giardino all’italiana. La dualità della donna Spagnoli — concreta nel lavoro e romantica nel tempo libero — si traduce in un guardaroba estivo dove la gonna è il perno assoluto. “Gonne e camicia, sì, ma anche abiti”, ha dettagliato nel backstage, sottolineando “un’alternanza tra chemisier ampi, facili da indossare, e gonne più a tubo”. La gonna pareo, annodata sui fianchi, si indossa con camicie di lino o con un’elegantissima camicia da smoking dotata di plastron. Un richiamo dichiarato all’allure di Audrey Hepburn in Sabrina, con abiti dai bustini a vita bassa e gonne a corolla. Le enormi stampe floreali a effetto pittorico si fondono con la matericità della pietra dura, che diventa gioiello scultoreo e dettaglio strutturale trasformandosi in maxi bottoni e fibbie.
Il giardino entra attraverso stampe floreali, seta, mini abiti drappeggiati e cut-out, maxi dress strapless, ma anche attraverso la materia decorativa. Le pietre diventano bracciali, orecchini, cinture, anelli, bottoni. “Hanno un ruolo importante in questa collezione perché impreziosiscono la materia”, spiega Spagnoli, citando anche i maxi bottoni che definiscono gli abiti. L’effetto non è bucolico in senso ingenuo: accanto al sogno ci sono divise urbane, giacche in lino dalla vita segnata, pantaloncini balloon, mini blouson e completi in bouclé.
Institution (Galib): “Quando la seta si fa pietra”
Institution conferma Galib Gassanoff come uno dei nomi da seguire a Milano. La Collection 07 parte da una parola azera, DAŞ, pietra. Una parola che indica solidità, ma anche possibilità di mutamento: una superficie può creparsi, qualcosa di stabile può cambiare stato, una pietra può produrre suono. Gassanoff continua a lavorare su struttura, costruzione e memoria culturale, ma questa volta ammorbidisce la monumentalità del suo linguaggio. Al centro c’è il kelaghayi, foulard tradizionale di seta delle donne azere, un quadrato di 150 centimetri per lato, realizzato con stampa a blocchi e tinture naturali. La sua lavorazione e il modo di indossarlo sono stati inseriti dall’UNESCO nella lista del patrimonio culturale immateriale.
Il lavoro di Gassanoff non altera la forma originaria: il quadrato resta quadrato, viene piegato, drappeggiato, cucito, trasformato in indumento senza perdere identità. Alcuni kelaghayi sono stati realizzati da artigiani di Basgal con ornamenti e palette tradizionali. Lo stesso principio attraversa la collezione: giacche che diventano cappe, pantaloni con pannelli piatti a grembiule, impunture visibili, dorsi che lasciano intravedere la pelle, volumi scultorei che proteggono senza bloccare. I bordi grezzi, ottenuti strappando la seta invece di tagliarla, portano dentro la collezione una bellezza meno levigata. Institution, fondato nel 2024, resta un progetto di moda ma anche una piattaforma culturale. Gassanoff, georgiano di origini azere cresciuto alla periferia di Tbilisi e poi formatosi a Milano, usa l’abito per lavorare su tradizioni, appartenenze e forme di continuità. La candidatura al LVMH Prize 2026 e la vittoria del Grant 2026 di Camera Moda confermano che il suo nome ha ormai superato la categoria dell’esordiente promettente.
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