Società

La violenza giovanile e l’ossessione degli adolescenti per la ricerca di visibilità sui social. Lettera

Inviata da Stefano Bianchi – Centocelle, Trescore Balneario, San Vito Lo Capo, adolescenti che, intossicati dai contenuti violenti fruiti in rete, arrivano ad esplodere la loro violenza contro docenti della scuola.

Le modalità si ripetono: le scritte sulla maglietta, il casco, il selfie allo specchio, armi bianche, ricerca di visibilità sui social.

Il giovane di Centocelle era caduto nella rete della True Crime Community, un gruppo online che condivide contenuti violenti, immagini cruente, celebra atti estremisti e a stragi. Molti dei giovani che si avvicinano a tali gruppi hanno difficoltà relazionali e delle fragilità di base, vengono così intercettati da algoritmi creati ad arte per irretirli e iniziano a frequentare i bassifondi della dimensione digitale, là dove si condivide e si alimenta la fascinazione per la violenza.

Nel vuoto valoriale caratteristico di questa epoca, un’età in cui né il cielo stellato sopra di noi né la legge morale dentro di noi suscitano ammirazione e venerazione e dove si assiste all’evaporazione della Legge quale limite simbolico che umanizza la persona, i nostri giovani si s-formano nella insidiosa realtà digitale, dove sono stati gettati innumerevoli ami algoritmici per ogni tipologia di fragilità.

Qui, nella rete, i nostri giovani si nutrono, riempiendo il vuoto. In senso lato potremmo dire che tutto è cibo, non solo gli alimenti che ingeriamo, ma anche le impressioni sensoriali che ci giungono dal mondo esterno.

Attraverso le bocche dei nostri sensi noi ci cibiamo del mondo, per cui se siamo soliti consumare contenuti ad alto tasso di violenza tali impressioni andranno ad alimentare il nostro corpo emotivo, a modellare la nostra psiche e infine a plasmare i nostri comportamenti, orientandoli verso la violenza. Inoltre, l’esposizione continua a stimoli violenti determina un processo psichico di desensibilizzazione e di alterazione dell’empatia, tale per cui il soggetto che esercita violenza giunge a non provare niente.

Evaporate le famiglie, indeboliti i vincoli sociali, svuotati i luoghi pubblici, resta l’individuo solo e fragile, il quale si ritira nell’unica vera relazione che gli è rimasta, quella con l’oggetto tecnologico. Lo spazio interiore del giovane è invaso dai contenuti social, spesso violenti, pornografici, diseducativi e superficiali.

L’attenzione è il bene prezioso che i progettatori delle piattaforme estraggono quotidianamente dalle persone attraverso un design artatamente studiato per creare dipendenza. Ma ad essere estratta non è solo l’attenzione, è l’anima stessa dell’individuo. Quale qualità di vita può avere un soggetto che trascorre 8/10 ore del suo tempo quotidiano incollato a uno schermo? Quale cibo mangiano durante quelle ore, quale linguaggio assimilano, quali modelli li plasmano, quale veleno digitale li intossica?

Serve una reazione e una soluzione sistemica, che coinvolga istituzioni, scuole, famiglie, un radicale mutamento di sensibilità sia a livello individuale che sociale.

Il legislatore italiano dovrebbe immediatamente intervenire per vietare i social prima di una certa età e imporre degli accorgimenti tecnici alle piattaforme per limitare il rischio di dipendenza. C’è una proposta di legge bipartisan (disegno di legge n. 1136) che è irresponsabilmente ferma da 11 mesi. La legge sarebbe un tassello non risolutivo, ma necessario. Come è noto, un provvedimento normativo, oltre ad imporre un comportamento e a prevedere sanzioni, può favorire una data sensibilità culturale, come accadde per la legge Sirchia del 2003 che introdusse il divieto del fumo nei locali pubblici e che mutò la percezione sociale del fumo.

Oramai, tutte le argomentazioni che si basano sul “no vietare ma educare al buon uso”, quando sono in buona fede, rivelano un’ingenuità quasi infantile, una gravissima miopia: chi progetta le piattaforme social o i giochi on line attua ogni accorgimento tecnico per uncinare l’attenzione degli utenti e creare dipendenza (dallo scorrimento infinito agli algoritmi di raccomandazione personalizzati fino all’applicazione dei principi psicologici del gioco d’azzardo).

Di recente Meta, senza ammettere alcuna responsabilità, ha accettato di pagare 18 miliardi di dollari per liberarsi di una causa intentata da molti Stati Americani per i danni da dipendenza digitale ai più giovani. Dovremmo educare al buon uso di qualcosa che è stato progettato per indurre dipendenza? Inoltre, come si può pensare che giovani e giovanissimi possano ben gestire strumenti così capaci di predarli? L’immaturità della corteccia prefrontale deputata al controllo degli impulsi e l’alta reattività del sistema dopaminergico dei giovani impediscono quel buon uso che auspichiamo. Se noi adulti cadiamo facilmente nella rete, come immaginare che un undicenne abbia maggiori strumenti di noi per non essere pescato?

Le famiglie dovrebbero acquisire una maggiore consapevolezza e cambiare abitudini digitali. Qui è prima di tutto l’adulto che deve aprire gli occhi. Molti adulti, infatti, hanno un rapporto sregolato con l’oggetto tecnologico, al pari dei loro figli. Chi dovrebbe educare deve per primo svegliarsi da questa grande ipnosi collettiva e riappropriarsi del reale. Ci sarebbero comportamenti immediatamente attuabili, dal rimuovere account social come Facebook o Instagram usati solo per uno sterile voyeurismo sociale al tentativo azzardato di uscire di casa di tanto in tanto senza il feticcio tecnologico.

Veniamo alla scuola. La scuola resta uno dei principali luoghi di umanizzazione della vita. Essa, contro il brutto riversato dai social, dovrebbe educare al bello e al buono, valorizzando la centralità della relazione docente/allievi.

Una nota sull’’euforia tecnologica che ha coinvolto anche il mondo della scuola. Sono molti gli Istituti che hanno comprensibilmente cavalcato la modernità digitalizzando il più possibile la didattica. Tale fenomeno non è da demonizzare perché offre opportunità, nuove risorse, molteplici canali di apprendimento, ma si deve prestare cautela affinché il digitale, la cui capacità attrattiva lo rende facilmente pervasivo, non causi più danni che benefici. Il digitale, infatti, quando non sapientemente governato, rischia di inquinare la didattica, causando sovraccarichi cognitivi, frammentazione dell’attenzione, facile distraibilità, ostacolo alla relazione umana.

L’uso scorretto del digitale, come è stato ampiamente provato, contribuisce a causare deficit cognitivi: attenzione, dunque, a non cercare la soluzione in ciò che ha contribuito a creare il problema (creando, usando le parole di Pellai, un cortocircuito metodologico). Se si è sbagliata la prima asola non ci si corregge abbottonandosi.


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