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ritmo, rabbia e libertà da riconquistare

La prima cosa che ho pensato ascoltando Until We Are Free è stata O’Donnell Levy. Go Simba Go, un disco del 1974 che probabilmente non c’entra nulla con i Fabric e che, quando gliel’ho nominato durante l’intervista, non conoscevano.

Gli ho detto di andarselo a cercare. È una di quelle associazioni che arrivano prima delle spiegazioni: un certo modo di trattare il ritmo, di far stare insieme il funk, il soul, l’Africa, l’elettronica, qualcosa di storto e qualcosa di profondamente fisico. Poi, però, parlando con Tiziano Tarli, chitarra e tastiere della band romana, il disco ha trovato una definizione più precisa. “Riappropriazione del corpo”, dice. E subito dopo aggiunge una cosa ancora più interessante: riappropriarsi anche di uno spazio del proprio tempo, di un’attività che non sia produttiva nel senso capitalistico del termine.

È probabilmente qui che Until We Are Free smette di essere soltanto un disco pieno di influenze ­– ESG, Soul II Soul, Gang of Four, Riz Ortolani, qualche traccia di dub – e diventa il racconto di un’idea. I Fabric sono un collettivo, insistono su questa parola, perché dentro il progetto possono entrare voci, esperienze e musicisti diversi. Il filo che li tiene insieme è quello dichiarato nel titolo: la libertà come qualcosa che ancora manca, un diritto da riconquistare, uno spazio da riprendersi.

La musica, intanto, fa il suo lavoro. Feel It è il pezzo più scopertamente dance e non hanno problemi a considerare politico anche il gesto di ballare senza pensare a niente. “Dipende da chi balla, da dove lo fa, da cosa sta succedendo intorno. Cinquant’anni fa – ricorda –, le discoteche potevano essere luoghi nei quali uscire dalla routine e dalle regole della città. Il corpo, per qualche ora, tornava a essere proprio”.

È un’idea che attraversa tutto il disco e che oggi assume un peso particolare. I Fabric parlano di rabbia, ma non vogliono fermarsi a questa solamente. Nel loro manifesto c’è una frase che potrebbe sembrare uno slogan e invece descrive abbastanza bene il meccanismo dell’album: “Trasformare la rabbia in ritmo e la resistenza in danza”.

I Fabric parlano di una generazione che guarda al futuro con più paura di quanta ne avesse quella dei loro genitori. In Fight il bersaglio diventa esplicito: il potere costituito, le destre che avanzano, il ritorno del bigottismo e del conformismo, il populismo che trova nei problemi quotidiani un bersaglio facile, soprattutto quando quel bersaglio può diventare una persona da espellere, da allontanare, da indicare come causa di tutto.

No More prende invece i rumori della vita quotidiana e li trasforma in una domanda rivolta a tutti: chi non guarda e passa oltre? Dicono che bisogna guardarsi dentro, fare autocritica, provare a capire dove stanno i problemi prima di seguire la corrente. Lo speech che chiude il brano nasce dalle parole pronunciate dalla cantante, attivista per i diritti civili, durante un comizio. Prima ancora di diventare una canzone erano parole ascoltate e ricordate.

Poi c’è Falling Down, che arriva alla fine. La caduta contiene già la possibilità di tornare indietro, di ricominciare dall’altra persona, attraverso l’amore. È una ballata e soprattutto è una porta lasciata aperta dopo tutto quello che è successo prima. La speranza, qui, non ha bisogno di essere urlata. Il problema è che per fare tutto questo serve anche un posto. E qui l’intervista esce dal disco e finisce dentro una questione che riguarda molto più da vicino la musica italiana.

Non basta, naturalmente, una frase pronunciata durante un’intervista per spiegare perché chiudano i locali. Ma la coincidenza è difficile da ignorare: un disco che parla di riappropriazione del corpo, di spazio, di tempo e di libertà nasce in un momento in cui gli spazi nei quali quella libertà può prendere forma si stanno restringendo.

Le prossime occasioni per vederli dal vivo, le uniche, sono il 10 ottobre a Roma presso Palazzo San Lorenzo, ex cinema Palazzo, e poi l’11 dicembre al 30Formiche per Dance with the Devil.


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