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la gara, la giuria, i voti

Proseguiamo con l’analisi del Poetry slam a partire dai suoi elementi di base. In questo post è la volta della gara, della giuria e dei voti. I post precedenti sono qui.

La gara. Com’è ormai a moltissimi noto il Poetry slam è una gara di poesia in cui un certo numero di autrici e autori competono tra loro per conquistare la vittoria. Detta così, in una società basata sulla competitività (e dunque anaffettiva, disetica, violenta) la faccenda non pare troppo interessante. Anzi.

Ma che vuol dire, in realtà, competizione? Bene, a guardarla etimologicamente, la parola deriva dal latino competĕre, composto da cum (insieme, con) e petĕre (chiedere, dirigersi verso) e dunque significa concorrere tutti al medesimo scopo. Se vendi scarpe sei in competizione con l’altro che fa la medesima cosa perché entrambi volete vendere scarpe per realizzare profitto.

Ma qual è l’obbiettivo comune dei poeti e delle poete che partecipano a uno Slam? Beh, oltre alla vittoria, anzi prima e ben di più, quello scopo è la poesia. Tutti i partecipanti vogliono ‘realizzare’ poesia, vogliono attirare l’attenzione sulla poesia, vogliono, come direbbe Marc Kelly Smith, glorificarla, riaffermarne l’assoluta necessità. Chi vince è dunque secondario, è un semplice pretesto per stimolare l’attenzione degli spettatori.

Io sono stato uno dei fondatori della LIPS, la Lega che organizza e gestisce tutti gli Slam del ‘campionato italiano’ e non me ne pento. Voglio dire, però, che quando nacque l’idea del campionato essa era, almeno per me, solo un modo per mettere in contatto differenti scene, autori e autrici di tutta Italia. Il campionato era uno strumento, non il fine. Oggi invece l’aspetto ‘sportivo’ (ma direi anche volgarmente competitivo, arrivista) si è mangiato il resto e il campionato è diventato il fine.

Risultato? La qualità generale della poesia presentata si è abbassata notevolmente: pur di vincere si dà al pubblico quello che il pubblico si aspetta e dunque pensa di volere, lo si intrattiene. E invece bisognerebbe salire su quel palco per perdere, se questo ci permetterà di sperimentare forme nuove, inedite, contemporanee, rischiose, che altrove non avrebbero spazio.

Non conta chi vince il Campionato, come fanno credere certi giornaloni pronti a cavalcar l’onda. Conta la poesia e chi riesce ad arricchirla e migliorarla. Chi se ne importa di chi ha vinto il Campionato? E se il Campionato si mangia la poesia, cosa aspettiamo ad abolirlo?

La giuria. Come dicevo nel precedente post, non è un caso che la giuria di uno Slam sia scelta a caso tra il pubblico. L’assoluta aleatorietà della sua composizione è fondamentale, pena la trasformazione, ipso facto, dello Slam in un’estemporanea di poesia. Ciò che si chiede ai giurati non è di essere dei conoscitori di poesia, degli esperti, ma semplicemente di far parte di quel pubblico, quella sera. È questo, prima di tutto, che fa di uno Slam un vero Slam. È questo che fa di ogni partecipazione un atto di umiltà da parte del poeta.

Sono altre le cose che si chiedono ai giurati (e che un bravo EmCee non dovrebbe mancare di ricordare loro): di essere coraggiosi, severi, anche crudeli se occorre. Di essere capaci di rappresentare quel pubblico tra il quale sono stati casualmente scelti, ma anche di smentirlo. Di prendersi la responsabilità di ascoltare con attenzione, di riflettere su ciò che ascoltano, tanto sul testo quanto sull’interpretazione. Di esprimere un giudizio sincero, serio. Scomodo, se occorre e anche contrario a quanto la maggioranza del pubblico pensa. Di creare contraddizione, conflitto. Non di fare i valletti di uno spettacolino di intrattenimento per la parrocchia degli appassionati di un certo hobby. La poesia non è un hobby, non si compone poesia per hobby, o, se lo si fa, bisognerebbe evitare accuratamente di partecipare agli Slam. Perché lì c’è una giuria che non te lo perdonerà.

Quello che vedo è tutt’altro. L’ultima volta che mi è capitato di registrare un punteggio inferiore a 6 credo sia stato più di 3 anni fa. Nessun giurato ne ha più il coraggio, in questo aiutato da come viene condotta la gara, dalla deriva tristissima dello Slam odierno.

Quando ho chiesto a qualcuno perché abbia comunque dato una sufficienza a performance che non gli erano piaciute per nulla mi ha risposto che gli sarebbe sembrato maleducato dare un’insufficienza. Maleducato? Certo! La giuria dello slam non ha alcun dovere di essere beneducata, anzi. Deve essere responsabile delle sue scelte, piuttosto. Questo è importante in una società (anche letteraria) in cui nessuno ha più il coraggio di farlo. O la poesia, educatamente, morirà ad ogni cortesissima votazione.

I voti. I benedetti voti! Da 1 a 10, da calcolare con meccanismo olimpico, via il più alto, via il più basso, per impedire che l’amico del concorrente estratto tra il pubblico lo favorisca. Perché è un gioco, ma un gioco onesto. Perché non conta chi vince, ma conta moltissimo che a vincere sia colui o colei che davvero, quella sera, ha convinto di più la giuria.

Ma sono voti, non giudizi critici. Sono, anch’essi, pretesti per giocare. Strumenti, non fini. L’ultima volta che ho incontrato Marc Kelly Smith, circa sei mesi fa a Sassari per uno Slam organizzato dalla CAATS, per l’ennesima volta, con voce accorata, Marc ha ricordato a tutti che il punto non sono i punti: il punto è la poesia. Ma vi rendete conto, ha detto a un pubblico abbastanza stupefatto, giudicare una poesia con un voto… Come sarebbe possibile? Chi può crederci per davvero?

I voti stanno lì apposta per ricordare che la gara è una trovata, è solo un contenitore nel quale deve ribollire poesia, quella poesia che viene tenuta ai margini, esclusa dalle major editoriali, dare libertà e visibilità a quanto chi detiene il capitale simbolico vorrebbe cancellare.

Sono opinioni travestite da cifre, servono per iniziare la discussione vera, dopo la fine dello Slam: quella che contesta chi ha vinto e, mettendola al centro del suo argomentare, inizia a far vincere davvero la poesia.


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