Friuli Venezia Giulia

L’arte nel cuore di Trieste

14 settembre 2026 – ore 09:00 – Si è svolto ieri mattina l’evento “Sulle tracce di Mascherini”, una passeggiata nel cuore del capoluogo giuliano, organizzata dal Gruppo FAI  di Trieste, in collaborazione con l’Archivio Mascherini, per riscoprire le opere del grande artista là dove sono nate e dove ancora oggi dialogano con la città. Le realizzazioni del noto scultore, infatti, non sono custodite soltanto nei musei, ma sono disseminate nello spazio urbano triestino, sulle facciate degli edifici, nei giardini e nei luoghi pubblici. È proprio questa presenza, capillare e spesso discreta, che il FAI ha voluto riscoprire, proponendo un modo diverso di guardare il centro urbano, attraverso il filo lasciato da uno dei suoi artisti più importanti. Il punto di partenza dell’itinerario è stato il Giardino Muzio de’ Tommasini. Da qui i partecipanti, hanno iniziato un viaggio nei luoghi che accolsero un Mascherini giovanissimo e che, nel corso dei decenni, sono diventati il principale teatro della sua vita artistica.

Egli nacque a Udine il 14 settembre 1906, ma nel 1912, ancora bambino, si trasferì con la madre nel capoluogo giuliano. La Prima guerra mondiale lo costrinse a lasciare la città e a rifugiarsi a Isernia, dove iniziò ad avvicinarsi al mondo dell’artigianato e dell’arte. Trieste tuttavia rimase il luogo in cui voleva vivere. Vi fece ritorno alla fine del 1920 e, l’anno successivo, si iscrisse all’Istituto Industriale “Alessandro Volta”, nella sezione degli scultori ornatisti. Nel 1924 conseguì il diploma e proprio a Trieste iniziò la sua carriera, con le prime esposizioni e i primi riconoscimenti.Da allora il legame con la città non si è più spezzato. Trieste ha accompagnato l’intera parabola artistica di Mascherini, dagli esordi alle grandi commissioni pubbliche, dall’attività nelle istituzioni cittadine, all’esperienza teatrale. E anche quando la sua fama superò i confini locali, con le partecipazioni alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma e a numerose esposizioni internazionali, Trieste continuò a rappresentare uno dei luoghi privilegiati della sua ricerca.

Le sue figure sono ancora oggi parte dello spazio urbano. Il gruppo, accompagnato da Eleonora Molea, capo delegazione Fai di Trieste, le ha incontrate in alcuni dei luoghi più significativi della città, come ad esempio tra i busti commemorativi del Giardino Pubblico di Via Giulia, dove quello dedicato a James Joyce e concepito nel 1981, sembra ancor oggi dialogare con quello dell’amico Italo Svevo, posto a poca distanza. Oppure sul palazzo all’angolo tra Via San Francesco e Via Palestrina, dove è collocata “Lotta di Chimere”, una creazione in bronzo che l’artista definì “due culture che si scontrano, due venti …. due idee contrastanti”. 

E’ bastato alzare lo sguardo verso la sommità del Palazzo di Giustizia, per scorgere tre sculture in pietra, da lui realizzate, che rappresentano altrettanti giuristi romani. In Foro Ulpiano i partecipanti hanno incontrato il Monumento agli Alpini, mentre nella sede RAI hanno ammirato la piccola statua in bronzo dell’Arcangelo Gabriele. Non è mancata una sosta in piazza Oberdan per apprezzare il “Cantico dei cantici”, una scultura nella quale i corpi dei due protagonisti biblici sono raffigurati in un abbraccio intenso e raccolto, mentre poco distante, tra le aiuole di Largo Riborgo si è svelata agli occhi dei partecipanti  “Il Guerriero”, la statua di un combattente senza armi, accasciato a terra nel tentativo di difendersi. Un’immagine che condensa una riflessione più ampia sulla condizione umana “….in lotta per la vita e nella vita, per raggiungere una libertà, un mondo in cui l’uomo possa sentirsi tale”, come spiegò l’autore nell’intervista concessa a Il Piccolo nel 1968.

A concludere l’itinerario è stato il cancelletto traforato raffigurante i patroni della città, San Sergio e San Giusto, che racchiude la cappelletta della Madonna dei Fiori, ubicata sotto il porticato del palazzo dell’INAIL. Ma davanti al Teatro Romano, è la memoria del teatro e della fase che vide Mascherini attivo come scenografo, costumista e regista, ad aver riacceso l’immaginazione dei partecipanti, che  sono stati invitati a ricostruire mentalmente l’impianto scenografico di “Elettra”, la tragedia di Sofocle, commissionato a Mascherini nel 1964.

Il rapporto dell’artista con Trieste però non si è esaurito solo nelle commissioni pubbliche. È stato un legame profondo con il paesaggio e con il territorio carsico, fonte importante di ispirazione per la sua ricerca. Elementi apparentemente semplici, come gli alberi, gli arbusti aggrappati alla pietra e il vento sono entrati nel suo immaginario e hanno contribuito ad orientare la sua sensibilità verso forme di arte sempre più libere e personali. Ecco perché a Trieste le sue sculture non appaiono come presenze isolate, ma sembrano appartenere alla stessa materia della città, alla sua anima mitteleuropea e mediterranea insieme e a quel confine sospeso tra mare e Carso che ha profondamente segnato la cultura locale.

Alla fine della passeggiata, ciò che è rimasto ai partecipanti non è stato soltanto il ricordo delle tante opere incontrate lungo il percorso, ma la sensazione di aver attraversato una città diversa, più ricca di presenze, dove ancora oggi le sculture di Mascherini, integrate nei luoghi della vita quotidiana, continuano a raccontarci la storia di questo artista, aspettando uno sguardo capace di riconoscerle.

Articolo di Silvia Fatur

 

 

 




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