Siamo fatti di storie – Di Luciano Peccarisi

Riflessioni sulla Mente
di Luciano Peccarisi – indice articoli
Settembre 2026
Le storie riempiono le pagine dei giornali, affollano i tribunali, gli stadi, le stanze di governo, il cortile delle scuole, i videogiochi, in testi delle canzoni, i nostri pensieri più intimi e le conversazioni, intessono tutti i sogni che facciamo anche quelli a occhi aperti. Le storie sono ovunque. Le storie siamo ‘noi’ (1).
Narrando costruiamo noi stessi
La nostra realtà ha due anime, quella vissuta e cioè i fatti accaduti e quelli narrati dalla prospettiva di ognuno di quelli che li ha visti, provati, sentiti. Non c’è univocità la storia condivisa dalla maggioranza prolifera e diventa quella ufficiale. Senza di essa i fatti si perderebbero nel vuoto e ad esempio l’Odissea non sarà mai esistita. Un romanzo frutto della fantasia dell’autore senza trasmissione in pratica non esiste. Gli animali non raccontano non si vestono, non hanno auto, casa, non leggono, non scrivono o dipingono, hanno una vita sola, quella scritta nel DNA. Noi siamo una moltitudine, richiamando un verso di Walt Whitman: Il diploma o la laurea realizzata, i libri letti, i film visti, gli amici, il lavoro, l’auto, l’orologio, ecc. Scriviamo il nostro copione e lo riscriviamo in una continua trama che teniamo conservata in mille memorie diverse. Nelle storie troppo forti, sembra di vivere quasi al di fuori della realtà, se avviene un imprevisto tragico si rimane spiazzati, “non è possibile”, “non ci credo”, “sembra che sia un sogno”, sono frasi ricorrenti. Negli animali le vicende tristi (o anche le grandi gioie) sono vissute invece con sostanziale tranquillità, perché senza storia i fatti vanno e vengono senza avere troppo peso e importanza. “L’universo è fatto di storie non di atomi” è l’ultima strofa della poesia che da il titolo alla raccolta The speed of Darkness, del 1968 di Muriel Rukeyser. Tra leonesse, scimmie, iene, licaoni, lupi, delfini vi è un linguaggio di versi, posture, azioni, sanno quando muoversi, attaccare, ritirarsi. Ma nessuno ha una visione generale, si prefigge traguardi e obbiettivi. Il pensiero animale non è casuale, deve prevedere un prima e un dopo, deve avere una logica, noi oltre al pensiero sequenziale degli animali, abbiamo quello esteso nel tempo e nello spazio narrativo. I due tipi coabitano “ciascuno dei quali può creare cose che l’altro non potrà mai creare” (2). Erodoto narra per primo i fatti e i periodi storici fondati sulle fonti, perlopiù testimonianze orali, raccolte e trascritte. Il termine storia deriva dal latino historia proveniente dal greco istoría che significa ricerca. Ha la stessa radice del verbo orao che significa vedere e in senso lato, conoscere, sapere, che ritroviamo nel latino video e in ‘idea’. Dietro a una storia si nasconde dunque il “vedere”, quando si legge un romanzo, se ne ha anche una visione. Gli animali comunicano tra loro ma non dialogano, ed è solo il dialogo che fa nascere l’altro, il “tu” che è disposto ad ascoltare. Individuum, in senso antropologico, origina da Agostino d’Ippona, come particolarità, unicità e appunto indivisibilità. A volte parliamo con noi stessi, per il resto con gli altri, nemmeno noi d’altronde siamo la stessa persona di dieci anni fa. Forse sarebbe più indicato il termine ‘condividuo’ (3), perché non siamo un essere ma un divenire. La nascita dei miti fu un tentativo di creazione di senso dopo la perdita degli istinti animali che indicavano la via. Al loro posto occorreva qualcosa di diverso, magari di sovrumano, slegato dal corpo animale. “L’immaginazione non è altro che la rilevazione di ciò che siamo, della nostra sostanza, che è sogno, purezza, energia, libertà”. Così scrive il poeta francese Andrè Breton nel Manifeste du Surrealisme, pubblicato il 15 ottobre 1924. Un riferimento esplicito a un’entità nel corpo, separata e svincolata dal mondo fisico, con un suo racconto senza obbedire a nulla di genetico e precostituito. I bambini giocano, raccontano e ascoltano storie di paura e pericolo o avventure straordinarie, creano coesione di gruppo, complicità, rinforzo delle amicizie. Raccontando si crea la propria biografia, “sai che cosa mi è accaduto quest’estate?”, “un mese fa sono stato in ospedale”, “l’anno scorso mi sono laureato”. Narrare è un allenamento per organizzare l’esperienza in forma trasmissibile. La storia serve ad affrontare la vita: “Quando mi stacco dal mondo scritto per ritrovare il mio posto nell’altro, in quello che usiamo chiamare il mondo, fatto di tre dimensioni, cinque sensi, popolato da miliardi di nostri simili, questo equivale per me ogni volta a ripetere il trauma della nascita, a dar forma di realtà intelligibile a un insieme di sensazioni confuse, a scegliere una strategia per affrontare l’inaspettato senza essere distrutto” (4).
Il bisogno di storie
Anche la cultura si configura come una grande storia, con le prime figure incise sulle pareti delle caverne, le pitture rupestri, risalenti alla preistoria, a partire dal Paleolitico. Descrivevano le prime visioni dei pensieri fuori dal cranio, così da privati divennero pubblici, pensieri illustrati come in un museo. Bufali, leoni e gazzelle, erano realizzati alla luce di fiaccole nel buio di profonde grotte, bisognava scendere giù, in fondo, con i tizzoni in mano per vederle. Le sepolture sono un’altra testimonianza della separazione tra il corpo e chi lo muove dall’interno come una marionetta. Per questo il sepolcro era conservato in luoghi sicuri, in attesa del futuro ricongiungimento. Tutta la messinscena era officiata dall’attore specializzato, entro un tempo, un ritmo scandito e con regole definite. Ne abbiamo un esempio negli insediamenti dei governi, nelle sedute di lauree, nei matrimoni civili, nelle cerimonie religiose. Quando non eravamo umani, non avevamo un nome e perciò non esistevamo come individui. Con la nascita delle parole è esplosa la creatività e molte parole concrete si trasformarono in concetti astratti e le relative espressioni diventarono metafore. La metafora ha il potere di “creare una realtà piuttosto che semplicemente concettualizzare una realtà preesistente” (5). Con le metafore aumentarono le conoscenze, si sfondò definitivamente la gabbia genetica in cui è ristretta la mente animale tra genetica e l’esperienza individuale. Ma anche la Scienza ha bisogno del racconto. Darwin rimase affascinato dalla bizzarra forma del becco dei fringuelli delle Galapagos e pensava alla selezione naturale come una storia di continui cambiamenti. Marie Curie immaginava le reazioni molecolari come se fossero favole, intuì la radioattività perché nella storia raccontata fino allora vi era un elemento che sembrava smentire l’indivisibilità degli atomi. Einstein immaginava se stesso alle prese con una gara di velocità con i raggi del sole. Erano storie, ma furono confermate dai fatti, Gregor Mendel nel 1865 confermò la teoria di Darwin, Ernest Rutherford nel 1911 quella di Curie e la foto dell’eclissi solare del 1919 di Arthur Eddington, confermò la teoria di Einstein.
Siamo un racconto
Il racconto trasmesso culturalmente è il mezzo attraverso cui orientarci e stabilire il nostro rapporto con gli altri. La scienza è giudicata in base al grado di verificazione o falsificazione, il racconto sfugge a questo controllo, poiché può raggiungere solo la verosimiglianza. La versione della realtà fornita dal racconto non può essere ricercata in laboratorio, ma come la versione di realtà migliore possibile. Esso si pone come mediatore tra il mondo canonico della cultura e quello popolare delle credenze, dei desideri e delle speranze. Rende comprensibile l’elemento eccezionale e tiene a freno l’elemento misterioso. Tutte le nostre narrazioni richiamano in qualche senso i tradizionali modi di raccontare del passato, discendono dalla più antica tradizione del racconto orale. L’uomo, narrando, fornisce interpretazione, colore, forma e struttura, in maniera metaforica e verosimile, alla realtà, rendendola migliore (o peggiore) di quello che è realmente stata (6). “In che razza di storie la gente trasforma la vita, in che razza di vite la gente trasforma le storie” (7).
Luciano Peccarisi
– Sintesi dal cap. 12 del libro di Luciano Peccarisi Il cervello e i suoi segreti, 2025, Ed. Diarkos (RM)
NOTE
1) Storr W. (2020) La scienza dello storytelling, Codice ed. Torino, p. XIV
2) Fletcher A. (2024) Storythinking, la nuova scienza del pensiero narrativo, Codice, Torino, p. 17
3) Remotti, F. (2022) Condividuo: Prove di fruibilità antropologica, L’Uomo Società Tradizione Sviluppo, 11, n. 2
4) Calvino Italo (2022) Mondo scritto e mondo non scritto, Mondadori, Milano, p. 148
5) Lakoff G. e Johnson M. (2022) Metafora e vita quotidiana, tr. it. Roi Edizioni, Macerata, p. 193
6) Bruner, J. S. (1973) Il significato dell’educazione, Roma, Armando, p. 5
7) Philip Roth (2010) La controvita, Einaudi, p. 134
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