cosa dice il nuovo rapporto ONU e cosa comporta per Roma
Il 2 settembre 2026 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato Limiting Overshoot: il rapporto che segna un cambio di linguaggio nel dibattito climatico internazionale in cui non si parla più di “evitare” il superamento della soglia di 1,5°C (fissata dall’Accordo di Parigi) ma ormai di “gestirlo”.
Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, lo ha detto senza giri di parole: il superamento è ormai inevitabile e l’obiettivo realistico è renderlo “il più piccolo e il più breve possibile”.
È la notizia ripresa da molti organi di stampa, ma per capirla davvero occorre distinguere con precisione cosa significhi “superare 1,5 gradi” perché il rischio, altrimenti, è di trasformare un messaggio scientifico complesso in uno slogan impreciso.
Cosa dice il rapporto UNEP
Limiting Overshoot annuncia che il pianeta non ha “raggiunto” 1,5°C in modo permanente, ma che il riscaldamento globale è destinato a superare quella soglia con ogni probabilità entro pochi anni. Lo scenario più ottimista tra quelli analizzati dal rapporto prevede un picco intorno a 1,8°C, con altri scenari che indicano temperature ancora più alte prima di un eventuale rientro. La direttrice dell’UNEP, Inger Andersen, ha sintetizzato così: “Non esistono buoni risultati se rimaniamo sopra 1,5°C. Gli impatti climatici colpiranno più velocemente e con maggiore forza”.
Il rapporto non dichiara morto l’Accordo di Parigi, anzi sostiene che i suoi obiettivi restano raggiungibili se il superamento verrà contenuto in ampiezza e durata, e se il mondo riuscirà a riportare la temperatura sotto 1,5°C il prima possibile attraverso quello che gli scienziati chiamano un percorso “overshoot, peak and decline”: riduzione immediata e drastica delle emissioni seguita da una fase di emissioni nette negative ottenute anche con tecnologie di rimozione della CO₂, da accompagnare però a una governance rigorosa per evitarne un uso improprio.
Perché “1,5 gradi” non è un interruttore che scatta in un solo anno
È la distinzione più importante, e anche la più trascurata nella comunicazione di questi temi. L’obiettivo dell’Accordo di Parigi del 2015 si riferisce a una media climatica di lungo periodo calcolata su circa vent’anni, non alla temperatura di un singolo anno.
Il 2024 è già stato il primo anno solare a superare 1,5°C di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali secondo diversi enti di monitoraggio internazionali, ma quell’episodio, da solo, non equivaleva a un fallimento dell’Accordo di Parigi: era un picco annuale, non una media pluriennale consolidata.
Quello che il rapporto UNEP annuncia ora è un’altra cosa, più strutturale: il superamento della soglia calcolata come media di lungo periodo, che è la vera unità di misura dell’accordo internazionale. È una differenza tecnica, ma cambia la portata della notizia: non un record isolato, bensì uno spostamento duraturo del clima terrestre.
I prossimi cinque anni secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale
A rendere concreta la traiettoria descritta dall’UNEP c’è l’aggiornamento diffuso a maggio 2026 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) che sintetizza le previsioni di tredici istituti meteorologici internazionali per il periodo 2026-2030.
Secondo questo rapporto, la temperatura media globale nei prossimi cinque anni dovrebbe collocarsi tra 1,3°C e 1,9°C sopra i livelli del periodo di riferimento 1850-1900, con una probabilità del 86% che almeno uno di questi cinque anni superi il 2024 come anno più caldo mai registrato, e una probabilità del 91% che la temperatura media globale superi temporaneamente (cioè in almeno un anno) la soglia di 1,5°C.
Il 2027 è indicato come un anno “sorvegliato speciale”, perché coincide con il ritorno atteso del fenomeno El Niño verso la fine del 2026 (ne abbiamo parlato qui) che storicamente amplifica il riscaldamento del Pacifico e, di conseguenza, la temperatura media globale.
Il rapporto OMM segnala inoltre un riscaldamento artico particolarmente marcato fino a 2,8°C sopra la media delle temperature invernali, con una velocità di innalzamento di circa 3,5 volte superiore alla media globale e conseguente riduzione dei ghiacci marini nei mari di Barents, Bering e Okhotsk, oltre a un aumento delle precipitazioni alle alte latitudini settentrionali e una probabile riduzione delle piogge nelle fasce subtropicali meridionali, Amazzonia compresa.
E Roma? Il caldo che si vede già oggi
Se i due rapporti dell’ONU parlano di traiettorie globali, per chi vive a Roma ed in Europa in generale, il tema non è del tutto astratto: la città ha già vissuto, nell’estate appena trascorsa, quella che diversi osservatori hanno definito l’estate più calda degli ultimi 25 anni.
Secondo i dati raccolti da Legambiente con un monitoraggio termografico nei quartieri della città, nell’estate 2026 l’80% dei quartieri della Capitale ha raggiunto temperature al suolo comprese tra 40 e 45°C, con punte estreme in alcune aree pubbliche: superfici asfaltate esposte al sole che hanno toccato i 60°C, contro i 30°C circa delle stesse superfici in ombra, e un’area attrezzata con pavimentazione in gomma che ha superato i 74°C.
Il quartiere Alessandrino, tra i più critici della città, registra da un decennio temperature medie diurne al suolo sopra i 45°C. Sono numeri che raccontano in scala locale lo stesso fenomeno di cui parlano i rapporti ONU: dal 1960 la temperatura media di Roma è aumentata di 2,66°C, e nel solo 2025 la città ha contato 113 notti tropicali, cioè notti in cui la temperatura non è scesa sotto i 20°C, con un impatto diretto sul riposo e sulla salute delle fasce più fragili della popolazione, in particolare gli anziani.
È anche per rispondere a questa pressione crescente che quest’anno Roma Capitale ha presentato il suo primo “Piano Caldo” cittadino, pensato per coordinare la risposta del Comune alle ondate di calore.
Cosa resta da fare
Il messaggio dei due rapporti ONU, letto senza allarmismo ma anche senza minimizzare, è che il margine per restare sotto 1,5°C in modo stabile si è ormai chiuso, e che la sfida si sposta sul contenere l’ampiezza e la durata del superamento, riducendo le emissioni il più rapidamente possibile. È una traiettoria globale che si misura in decenni, ma i suoi effetti (notti tropicali, superfici urbane roventi, ondate di calore più frequenti) si vedono già oggi nelle città, Roma compresa.
Per la Capitale, questo significa che l’adattamento locale, dal verde urbano contro l’isola di calore ai piani di emergenza per le fasce più vulnerabili, non è più una misura precauzionale per il futuro, ma una risposta a un fenomeno già in corso.
Insomma: è ormai tardi per tornare sotto al margine climatico ideale; ci rimane la possibilità di non farlo salire troppo rapidamente.
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