Clima estremo e ritardi colpevoli. Tansi: «La Calabria è impreparata»
Le immagini arrivate in questi giorni dal Nepal hanno il fascino sinistro dei disastri lontani: il ghiaccio himalayano che si scioglie, si incanala e diventa un’onda di piena che spazza via quello che era stato costruito sul fondovalle. Poi ci si accorge che la distanza è un dettaglio. Sul rischio idrogeologico la Calabria ha una tradizione consolidata: si interviene il giorno dopo, con le ruspe, i sopralluoghi in stivali di gomma e la promessa che stavolta le cose cambieranno. Il giorno prima, quello in cui la spesa sarebbe una frazione, resta libero in agenda. Adesso l’autunno bussa e la domanda torna identica a sé stessa: la regione reggerà il prossimo urto? Conviene chiederlo a chi il territorio lo studia quando non fa notizia. Ne parliamo con il geologo ed ex capo della Prociv Calabria, Carlo Tansi.
Quanto incide il cambiamento climatico sull’intensità di questi fenomeni?
«Il caso nepalese è un effetto concreto del riscaldamento globale. Una grande massa di ghiaccio in rapido scioglimento si è incanalata lungo un corso d’acqua, coinvolgendo bacini e accumuli idrici, e ha generato una “flash flood”, un’alluvione improvvisa di forza enorme. Poi c’è l’intervento dell’uomo: molti edifici erano stati costruiti sul fondovalle, occupando quasi per intero gli alvei. L’acqua li ha spazzati via. Il clima rende gli eventi più violenti e a quel punto pesa dove si è costruito. Del resto, il riscaldamento globale nasce dalle attività antropiche e dalla crescita delle concentrazioni di anidride carbonica e altri gas serra».
Quali criticità la preoccupano di più in Calabria?
«Parto dalla temperatura del mare. Nel 2016 il picco del Tirreno si aggirava sui 26-27 gradi, quest’anno siamo arrivati a 32: un balzo enorme in dieci anni. Un mare così caldo immagazzina un’energia elevatissima e la conserva per inerzia termica. In autunno e in inverno, quando l’atmosfera si raffredda, il contrasto termico alimenta forte evaporazione e sistemi ciclonici molto intensi. Il primo impatto riguarda vento e mareggiate su coste già erose. Poi arriva la pioggia, sempre più concentrata in poche ore: il suolo non riesce ad assorbirla, le falde si alimentano meno, l’acqua scorre in superficie e crescono frane e alluvioni. E gli incendi. Migliaia di ettari bruciati lasciano il terreno scoperto, e la cenere forma uno strato che riduce ulteriormente l’infiltrazione».
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