Cultura

Kate Beckinsale su Prime Video, nel film in cui lo stile gotico nasconde una storia migliore del previsto

Esiste una regola non scritta nel mondo del cinema: se i primi dieci minuti di un film non ti convincono, probabilmente stai per sprecare le successive due ore della tua vita. È una sorta di bussola di sopravvivenza per chi naviga nel mare infinito dei cataloghi streaming, un modo per proteggere il proprio tempo da pellicole mediocri. Eppure, come ogni regola, anche questa ha le sue eccezioni. Underworld, diretto da Len Wiseman nel 2003, disponibile su Prime Video è proprio una di quelle. Il film si apre con una sequenza che grida “forma batte sostanza” da ogni inquadratura. Ci sono quelle riprese ultrapatinate e un’estetica gotica portata all’estremo. E infatti, nei primi minuti, la sensazione è quella di trovarsi davanti all’ennesimo prodotto confezionato per l’effetto visivo, con poca carne al fuoco. Ma se si supera quella soglia iniziale, se si resiste alla tentazione di premere stop e dedicarsi magari a riorganizzare il garage, succede qualcosa di inaspettato: Underworld migliora.

Non stiamo parlando del grande cinema americano, sia chiaro. Questo non è un film che aspirava a vincere premi o a ridefinire il genere. Ma per quello che è, ovvero un action-horror gotico pensato per intrattenere, riesce nel suo intento. La premessa narrativa ha del potenziale: vampiri e licantropi sono in guerra da seicento anni, e i vampiri stanno vincendo. Al centro di questa battaglia secolare c’è Selene, interpretata da Kate Beckinsale, una guerriera vampira di classe soldato che ama il suo lavoro forse un po’ troppo. Anzi, è quasi malinconica all’idea che i licantropi stiano per essere definitivamente sterminati. Perché quando ami cacciare, la prospettiva che non ci sia più nulla da cacciare non è esattamente esaltante. La Beckinsale è uno dei punti di forza del film. Ha eseguito la maggior parte delle sue acrobazie, portando sullo schermo un’intensità fisica credibile che non scade mai nel parodistico o nell’eccessivo.

In un panorama dove molte eroine action tendono all’eccesso istrionico, Selene rimane ancorata a una serietà che funziona. È tosta, determinata, e la sua presenza tiene insieme un film che altrimenti rischierebbe di disperdersi nei suoi eccessi estetici. Il film si apre con una delle scene più iconiche: Selene si lancia da un edificio, precipitando per oltre quaranta metri. La scena è ripresa dall’alto e poi dal basso, mostrando l’atterraggio perfetto in posizione accovacciata. Da lì parte un inseguimento a piedi che si snoda fino alla metropolitana, dove Selene e i suoi compagni danno la caccia a due sospetti licantropi. L’azione è frenetica, caotica, quasi impossibile da seguire nei dettagli. I personaggi, a parte Selene, si somigliano tutti, vestiti di nero dalla testa ai piedi, e distinguere chi sta facendo cosa a chi diventa una sfida in sé.

È impossibile non notare l’influenza massiccia di Matrix su Underworld. Il film era in produzione proprio quando il capolavoro delle Wachowski dominava l’immaginario cinematografico mondiale, e Wiseman ne ha assorbito l’estetica fino all’osso. Pelle nera aderente ovunque, cappotti lunghi che svolazzano in slow-motion, acrobazie con i cavi che sfidano la gravità. C’è persino una scena che richiama il momento in cui Neo si sveglia nella sua capsula gelatinosa. La differenza è che Matrix aveva una visione filosofica e narrativa che giustificava quelle scelte stilistiche. Underworld, invece, le usa perché sono fichissime. Punto. Eppure, a dispetto di questa dipendenza stilistica, il film ha una sua identità. L’ambientazione gotica, l’uso del blu acciaio come tonalità dominante, la mitologia costruita intorno al conflitto secolare tra vampiri e lupi mannari conferiscono a Underworld una personalità riconoscibile.

Underworld si configura come quello che potremmo definire un “guilty pleasure”. Un piacere colpevole, una di quelle visioni che non difenderesti in una discussione seria sul cinema d’autore, ma che ti ritrovi a riguardare con una certa soddisfazione, magari con una birra in mano e senza troppe pretese. Non è un capolavoro, non rivoluziona niente, ma per quello che promette, lo fa con convinzione. La domanda rimane: vale la pena superare quei primi dieci minuti traballanti? Se cerchi profondità narrativa, dialoghi memorabili o una regia visionaria, probabilmente no. Ma se ti accontenti di un concept interessante, un’eroina tosta e un viaggio visivamente accattivante, seppur a volte sciocco, nel mondo del gotico urbano e della guerra soprannaturale, allora sì. Underworld merita una possibilità. Basta resistere all’impulso iniziale di spegnere tutto e fare altro. Perché a volte, solo a volte, i film sanno sorprenderti proprio quando meno te lo aspetti.


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