Antonio Cederna trent’anni dopo
Penso che Giulio Cederna, figlio di Antonio non avrà nulla da eccepire se ci permettiamo di riprendere questo testo da lui pubblicato su facebook, di cui fa sempre un uso sensato e inteso spesso anche a ricostruire pezzi di storia del nostro paese e della nostra città, nella speranza che qualcuno legga. Ecco l’istruttivo post di oggi di Giulio.
VEDI COME SAREI BELLO DA MORTO
Mia sorella Camilla Maria Cederna ha ritrovato l’immagine inedita di mio padre che pubblico qui. La didascalia recita: “questa foto me l’ha scattata Stefani, durante il giro delle Ville Vicentine, mentre dormivo nell’erba. Vedi come sarei bello da morto. Ciao. A.”.
Sono passati trent’anni da quando Antonio Cederna ci ha lasciati, un mondo fa a pensarci bene: Romano Prodi governava a Palazzo Chigi (Edo Ronchi neo-ministro dell’ambiente), Bill Clinton alla Casa Bianca, Boris El’cin si era appena insediato al Cremlino. Trent’anni da quando ha smesso di martellare sulla sua Lettera 22 ‘sempre lo stesso articolo’.
Eppure i giornali continuano ad occuparsi di lui (ieri Repubblica con un ritratto bello, non convenzionale, a firma di Serenella Iovino, vedi nei commenti), e non passa mese che il suo nome non venga associato a questa o a quella vertenza. Troppo, avrebbe chiosato lui. Sono stanco, lasciatemi in pace.
È passato davvero tanto tempo da quando mio padre non c’è più, eppure per tanti continua a rappresentare un punto di riferimento, per altri una vera sciagura (anni fa raccolsi perfino la telefonata di un simpaticone che con aria scanzonata si felicitava per la sua scomparsa).
Accade perché per mezzo secolo il suo giornalismo militante ha dato voce a un vasto e diversificato movimento che guardava al territorio come a un bene comune da preservare e valorizzare nell’interesse generale, ampliando via via i suoi orizzonti dalle bellezze artistiche e naturali alle nuove frontiere dell’ecologia, dalla tutela dei centri storici al risanamento delle periferie, dalla conservazione della natura alle preoccupazioni globali scaturite dalla conferenza mondiale per l’ambiente di Stoccolma: l’inquinamento, la crisi energetica, i limiti dello sviluppo.
La popolarità postuma non è necessariamente un bene: a furia di essere citato senza essere letto, e di essere usato come un feticcio per accreditare o delegittimare qualsiasi tipo di intervento, il suo ritratto si è in parte fossilizzato, fino a coincidere con quello di un pedante signornò, un’anima bella, un giornalista scomodo da celebrare da morto.
Quello che più mi dispiace è che nel tempo si sia perso per strada il carattere pienamente sociale delle sue denunce: l’Appia Antica andava difesa non solo per il suo valore storico-artistico, ma per assicurare un grande parco pubblico ai murati vivi della speculazione; il risanamento conservativo del centro storico doveva servire a dare un alloggio popolare ai suoi abitanti (e a contrastare la gentrification, diremmo oggi), non solo a portare decoro nella città di pietra.
Sono passati trent’anni da quando gli abbiamo reso l’estremo saluto in un piccolo cimitero di Ponte in Valtellina, ai piedi delle Alpi Retiche, le montagne da cui sgorga il cognome Cederna (pare significhi ‘pietra’), ma sembra passato un secolo.
A livello globale, si stanno avverando gli scenari peggiori, peraltro previsti con largo anticipo: “È l’anidride carbonica che stravolge le stagioni. Indetta oggi la giornata Mondiale dell’Ambiente”, titolava così un suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 5 giugno 1980 (!!!).
Sul piano nazionale “non c’è da stare allegri”, avrebbe detto: svuotate le casse dei comuni, ridotta l’urbanistica ad orpello ‘tattico’, lo sviluppo urbano pare guidato unicamente dalla rendita privata.
E infatti, in una città come Roma colpita da una emergenza abitativa strutturale e cronica (17.689 gli ammessi in graduatoria per una casa popolare nel 2026), ci si dà molto da fare per costruire hotel di lusso e studentati, mentre l’edilizia pubblica resta al palo (70 gli alloggi Ater assegnati quest’anno) e 400 persone dello Spin Time, tra cui 100 bambini, vengono lasciate friggere per settimane a quaranta gradi sulla strada, sgomberate da uno di quei 396 immobili ‘cartolarizzati’ (pratica contro la quale si era strenuamente battuto) dal governo Berlusconi nel 2004 a vantaggio dei soliti noti.
Secondo la Corte dei Conti la privatizzazione avrebbe generato poco più di 3 miliardi a fronte di una spesa successiva a carico dello stato di 5 miliardi per affitti e riacquisizioni. Fate voi.
In compenso, va detto, alcuni passi in avanti sono stati fatti. La sensibilità nei confronti della questione ambientale è cresciuta a più livelli, e sono tanti i ricercatori, giornalisti, attivisti, che continuano a raccontare e difendere il diritto alla città pubblica e all’ambiente. È questa la notizia che mio padre avrebbe accolto con maggiore favore, in fondo lui ha dato.
Per conoscere Antonio Cederna
* In questi trent’anni, con l’aiuto di molti (Rita Paris, Maria Naccarato, Annalisa Cipriani, Francesco Erbani, Antonio Natale, Luigi Scaroina) abbiamo cercato di facilitare un accesso diretto ai suoi testi.
Chi vuole può leggere e scaricare 2.500 articoli sul sito del parco dell’Appia Antica: (http://archivio.archiviocederna.it), oppure in chiave geografica su https://paesaggi.archiviocederna.it/, una story-map che permette di ripercorrere alcuni passaggi della sua vita.
In libreria si trova “Nella polvere e negli sputi. Crescere nell’Italia del boom ed altri scritti sulle città dei ragazzi”, una raccolta che ho appena pubblicato per Donzelli editore.
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