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Robert Pattinson porta al cinema la storia di Chris Hansen e di To Catch a Predator con Primetime, il film di Lance Oppenheim che sarà presentato il 5 settembre in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e arriverà nelle sale italiane il 25 settembre, riaprendo il dibattito su giornalismo, crime televisivo e limiti dello

23 Agosto 2026 13:32

Robert Pattinson porta al cinema la storia di Chris Hansen e di To Catch a Predator con Primetime, il film di Lance Oppenheim che sarà presentato il 5 settembre in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e arriverà nelle sale italiane il 25 settembre, riaprendo il dibattito su giornalismo, crime televisivo e limiti dello spettacolo. Al centro c’è uno dei format più discussi della tv americana, nato per smascherare adulti che cercavano contatti con minori online e finito, dopo ascolti altissimi, sotto accusa per i suoi metodi.

Primetime, Robert Pattinson e il caso Chris Hansen

Con Primetime, il documentarista Lance Oppenheim firma il suo primo film di finzione e sceglie una materia scivolosa: la parabola televisiva di Chris Hansen, volto di Dateline Nbc e conduttore di To Catch a Predator, programma andato in onda negli Stati Uniti tra il 2004 e il 2007. Il film, prodotto da A24 e da Ari Aster, mette Robert Pattinson nei panni del giornalista, in una prova diversa dalle sue interpretazioni più note, e ricostruisce quel punto d’incontro — fragile, controverso — tra inchiesta televisiva, investigazione e intrattenimento. Nel trailer, Pattinson entra nella scena con una frase diventata quasi un marchio: “Perché non si siede lì?”. Poi si presenta: “Sono Chris Hansen di Dateline Nbc”. Poche parole, un tavolo, una casa già preparata, le telecamere accese. Ed è lì che il meccanismo si chiudeva.

Come funzionava To Catch a Predator

Il format di To Catch a Predator era costruito su un dispositivo semplice e, proprio per questo, di forte impatto televisivo. Un adulto entrava in una chat online convinto di parlare con un ragazzo o una ragazza tra i 12 e i 15 anni; dall’altra parte, invece, c’era un adulto-esca, un decoy, incaricato di registrare conversazioni e messaggi. Se l’uomo accettava l’incontro, veniva invitato in una casa predisposta dalla produzione. Appena varcata la soglia, trovava Chris Hansen, che lo affrontava davanti alle telecamere e gli chiedeva conto delle frasi scritte, delle telefonate, delle intenzioni. In alcune operazioni, organizzate con la polizia, l’uomo usciva dall’abitazione e veniva arrestato subito dopo. Nelle prime puntate, però, le forze dell’ordine non erano presenti: i sospettati venivano lasciati andare e il materiale raccolto era consegnato in un secondo momento agli investigatori. Una differenza non secondaria, che negli anni avrebbe pesato molto nelle critiche al programma.

Il successo, le critiche e il caso Texas

To Catch a Predator ottenne ascolti molto alti e divenne un fenomeno della televisione americana, ma attirò anche contestazioni pesanti da parte di giuristi, giornalisti e osservatori dei media. Il punto era sempre lo stesso: fino a dove può spingersi una trasmissione quando lavora accanto alla polizia e trasforma un’operazione investigativa in un racconto televisivo? La domanda esplose dopo il caso avvenuto in Texas nel 2006, quando Louis Conradt, vice procuratore distrettuale della contea di Rockwall, si tolse la vita mentre le autorità e una troupe televisiva stavano per entrare nella sua abitazione. Quell’episodio segnò uno spartiacque. La trasmissione venne cancellata e negli Stati Uniti si aprì una discussione dura sull’etica del programma, sulla pressione esercitata dalle telecamere e sui confini tra giornalismo, giustizia e spettacolo. Negli anni successivi Hansen è tornato su format simili: Hansen vs. Predator, nel 2015, e poi Takedown with Chris Hansen, dal 2022, con una collaborazione più strutturata con le forze dell’ordine e strumenti investigativi aggiornati.

Hansen contro A24: la proiezione mai vista

Il vero Chris Hansen, intanto, non ha ancora visto Primetime. Come ha raccontato a Fox News, e come riportato da diversi media americani, il giornalista si è presentato negli uffici di A24 per assistere a una proiezione privata del film, ma prima dell’ingresso gli sarebbe stato chiesto di firmare un accordo che lui ha giudicato troppo restrittivo. Secondo Hansen, quel documento avrebbe inciso sui diritti relativi al suo nome, alla sua immagine e al suo brand professionale. “Mi sono rifiutato di firmarlo”, ha spiegato, e la produzione non gli ha mostrato il film. Una fonte vicina ad A24 ha dato una lettura diversa, parlando di un normale accordo di riservatezza pensato per proteggere spoiler e proprietà intellettuale. A Variety, Hansen ha aggiunto di non avere richieste economiche: “Non ho alcun interesse finanziario in questo film”, ha detto, precisando di non essere stato pagato né coinvolto come consulente. Poi una frase, quasi da cronista vecchia scuola: “Sono solo un giornalista, e non conosco i sofisticati meccanismi di Hollywood. Ma riesco a scoprire le cose”. Ed è anche per questo che Primetime, prima ancora dell’uscita, è già diventato un caso.


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