La leggenda del Ponte del Diavolo di Cividale

Il Ponte del Diavolo di Cividale del Friuli si erge sul fiume Natisone dal 1442, con il suo inconfondibile pilone centrale asimmetrico, le arcate di 18 e 22 metri e un’altezza di 23 metri per una lunghezza di circa cinquanta. Ma dietro la struttura in pietra vive una leggenda tramandata di generazione in generazione, che Gigi Mosolo – tra le memorie storiche della città ducale e per anni firma de Il Gazzettino – ha raccolto così come gli fu raccontata negli anni Cinquanta e Sessanta da genitori e insegnanti.
Una costruzione segnata dalla storia
Prima di addentrarsi nel mito, vale la pena ricordare le vicende storiche del ponte. Nell’ottobre del 1917, durante la ritirata di Caporetto, i soldati italiani lo distrussero per rallentare l’avanzata austro-tedesca. Gli invasori, però, avevano già identificato un percorso alternativo per entrare nella pianura friulana. Riconoscendo nel manufatto un’opera ingegneristica di valore, lo ricostruirono in pochi mesi, restituendolo alla città nella primavera successiva. Anche durante il secondo conflitto mondiale il ponte subì danni, poi riparati prontamente.
Il patto con il diavolo
La leggenda racconta che il diavolo, in cerca di refrigerio dopo il suo estenuante lavoro infernale, ricevette una notizia per lui straziante: la Madonna voleva prendere possesso di un colle dominante nelle vicinanze della cittadella cividalese. Si mise subito in viaggio, così veloce da non accorgersi delle montagne: attraversò il monte Forato nelle Dolomiti friulane, nei pressi di Sella Nevea e del rifugio Gilberti, lasciandovi il suo segno. Tre angeli ribelli lo intercettarono e lo informarono che gli abitanti di Cividale avevano bisogno di un ponte sul Natisone, ma non riuscivano a costruirlo per le incomprensioni sorte tra loro. Il diavolo accettò di aiutarli, a patto di ricevere in cambio l’anima del primo passante locale che avesse attraversato il ponte e di ottenere un ruolo determinante nel governo della città, considerata rilevante sia sotto il profilo politico che economico. Lavorò tutta la notte, non senza difficoltà: il masso destinato a formare la base del pilone centrale era di difficile spostamento. Chiese aiuto a sua madre, che riuscì a muoverlo di pochi metri ma non a posizionarlo al centro. Da qui, spiega la leggenda, l’asimmetria che ancora oggi caratterizza il ponte.
L’inganno degli abitanti e la benedizione dell’arciprete
Al mattino il diavolo si posizionò sul lato est del ponte, sacco aperto, pronto a raccogliere l’anima del primo cividalese che lo avesse attraversato. Ma gli abitanti, nel corso della notte, avevano escogitato un piano: invece di un compaesano, inviarono un animale sull’altra sponda. La tradizione non è unanime su quale: chi dice un gatto, chi un cane, chi un maiale, anche se quest’ultima ipotesi è considerata poco credibile, essendo il maiale destinato al sostentamento familiare.
Il diavolo, indispettito, minacciò di distruggere il ponte se non fosse passato un cittadino cividalese. Ma non poté esercitare i suoi poteri: l’arciprete del vicino duomo era sceso di buon mattino a constatare l’andamento dei lavori e, soddisfatto del risultato, aveva benedetto l’opera con l’acqua santa. Diavolo e acqua santa, si sa, non vanno d’accordo. Il ponte così rimase in piedi.
La sfida con la Madonna e la Buca del Diavolo
Sconfitto e deriso, il diavolo riprese il volo verso il colle che voleva conquistare. Lungo il tragitto incontrò la Madonna e la sfidò a chi arrivasse prima in cima. La Madonna poggiò il piede a terra una sola volta — in un luogo che da allora si chiama Pit de Madone, piede della Madonna, diventato toponimo — e raggiunse per prima la sommità, dove oggi sorge il santuario della Beata Vergine Maria di Castelmonte. Il diavolo arrivò quasi di notte, trovò la Madonna in preghiera e capì che quel posto non faceva per lui. Si rifugiò sul vicino monte Špik e, sopraffatto dalla vergogna per l’ennesima sconfitta, sprofondò in una profonda voragine: la Buca del Diavolo, un sito ancora oggi raggiungibile, dove si possono vedere anche trincee e camminamenti militari delle due guerre mondiali.
Un monito per i bambini e un ricordo personale
Negli anni Cinquanta, racconta Mosolo, le maestre delle prime classi elementari della zona erano solite portare i piccoli alunni sul monte Špik, ricordando loro che il diavolo sarebbe potuto uscire dalla spelonca se il loro comportamento non fosse stato irreprensibile. Un monito, annota con ironia il narratore, regolarmente dimenticato nel giro di qualche giorno.
Quanto al Pit de Madone, una grande lastra di pietra con quella che la tradizione popolare indicava come l’impronta del piede della Madonna era posta sul lato destro della strada salendo verso il santuario, prima di andare perduta con il rifacimento e l’asfaltatura della nuova strada. Per i pellegrini che salivano a piedi era una tappa obbligata: appoggiare il proprio piede nell’impronta, farsi il segno della croce e recitare un’Ave Maria prima di riprendere il cammino.
Mosolo aggiunge un ricordo personale: prima degli anni Sessanta la strada per Castelmonte era poco più di una carrareccia, e con la sua famiglia — la mamma Dora, il papà Vittorio e il fratello Romeo — la percorreva a piedi per presenziare alle funzioni religiose. Davanti al Pit de Madone, lui e il fratello facevano a gara a chi posasse per primo il piede nell’impronta. “La devozione era tanta, che ancor oggi… passando davanti, l’emozione e il ricordo ritorna inesorabile”, racconta.
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