Il bagno proibito del giovane canonico
Da un racconto apocrifo di Egisto Roggero. Ogni estate i conti Scaglia, Valeria e Gianluigi, si trasferivano in montagna per la villeggiatura, durante la quale affidavano Robertino, l’erede, a un precettore. Quell’anno avevano scelto un giovane canonico consigliato dal vescovo in persona. Piccolo, bruno, veniva da un paesello della Lucania e al suo quinto giorno sulle Alpi portava ancora nelle membra la fatica polverosa e trafelata del lungo viaggio.
Il suo vestito era trasandato e il suo solino non era di bucato, ma quanto a insegnare, oh!, teneva il ragazzino per due ore di fila sui libri ogni mattina. Dalla sua camera, la contessa sentiva Robertino ripetere la lezione nello studiolo accanto; e ne era contentissima, tanto che il terzo giorno fece una capatina per elogiare il figlioletto diligente. Il professorino s’alzò come spaurito, ma la contessa gli fece cenno di non scomodarsi.
Alle carezze della mamma il pargolo sbuffò. “Vero professore che non ne ha per molto?” disse dunque la contessa. “Ma, veramente…” “No, no. Lo lasci andare. Robertino è stanco. È vero che sei stanco, amore della mamma?” Robertino annuì: fuori c’erano le farfalle, e il cane, e i mirtilli, i lamponi, le fragoline…”Altri dieci minuti e poi andrai a giocare. Va bene? Caterina, il bagno!” disse quindi la contessa alla cameriera, uscendo dalla stanza.
Il professore chinò il capo e riprese la lezione. Di lì a poco udiva lo scroscio d’acqua proveniente dall’appartamento attiguo. “Ah, quell’acqua!” pensò con un vivo senso d’arsura il giovane canonico. L’estate era calda come una delle sue, al paesello, ma laggiù almeno aveva il suo bel torrente, dove nei pomeriggi torridi scendeva a sguazzare come un pesce. Qui al castello invece…
Accanto alla stanzetta che gli avevan destinato, all’ultimo piano, c’era sì una stanza da bagno, con la sua brava tinozza, e cannelli che parevano d’oro; ma quando aveva provato a girarne le manopole, nulla! Dovevano essere intasati, ahimè. E per la paura di chiedere, si limitava al bacile e al bricco. Come si doveva star bene di là, anche un momento solo, in quell’acqua fresca e abbondante, nel marmo di quella vasca, tra quelle piastrelle lucide… Oh, perché la contessa lo obbligava a quel supplizio di Tantalo?
Tutti i ricordi della cultura classica gli venivano alla mente, aumentando così il suo strazio: Nausicaa che sciacqua e strizza i panni alla fonte, Narciso che si specchia nella limpida polla… Questi pensieri finivano per distrarlo, e ai silenzi ignoranti del ragazzino seguivano i suoi. Così gli toccava udire la contessa che, dalla vasca, gli domandava a voce alta: “Che fa, professore?” Un giorno scambiò la voce di Caterina per quella della padrona. Si assomigliavano un po’. “Signor professore…” “Signora contessa…” Una piccola risata, e la cameriera riprese: “No, sono io. La signora contessa non c’è: è uscita a passeggio con le amiche. La signora contessa mi ha detto che, se il signorino è stanco, anche oggi può abbreviargli la lezione”. “Ma, veramente…”
“Professore, una farfalla!” Dalla finestra spalancata era entrata, col frinire delle cicale, un’enorme farfalla bianca bordata di nero. Il ragazzino si levò di scatto per inseguirla. “Robertino!” Sì, vallo a riprendere! Per quella mattina, addio lezione. Il professore lasciò lo studiolo e fece per scendere in giardino, quando la porta accostata del bagno lo attrasse invincibilmente. Ecco la bella vasca di marmo. Che voluttà, colmarla d’acqua, immergervisi, distendervisi! Ma non poteva. Non poteva? Chi lo avrebbe visto?
La contessa era a passeggio, il conte dal notaio per una certa faccenda… Non c’era che da aprire il rubinetto, tirare quella tenda e pluf! Un attimo; e, per un attimo almeno, quella voluttà sarebbe stata sua. Compì gli atti necessari quasi meccanicamente. Si ritrovò a mollo. Che frescura meravigliosa, finalmente! Agitava con gioia le braccia nell’acqua azzurra: rive fiorite gli fuggivano intorno. Ah, che delizia, tuffare la testa in quella beatitudine liquida! Via ogni cruccio, ogni stanchezza… D’un tratto si riebbe. Quanto tempo era passato? Un minuto o un quarto d’ora? Bisognava andarsene da lì.
Ah, troppo tardi! Mentre già emergeva dall’acqua, un passo cauto, leggero, risuonò nel corridoio. Il pretino ricadde: l’acqua gorgogliò. Udì, con tutti i suoi sensi acuiti, il passo avvicinarsi alla tenda; poi, dopo un attimo eterno, una voce chiedere: “Gianluigi, sei tu?” Il terrore lo invase. Trattenne il respiro. La voce continuò: “Sei tornato presto. Tutto a posto col notaio?”. La tenda s’agitò, una piccola risata suonò un momento dietro di essa, poi tacque di colpo, come strozzata.
Il pretino udì il passo allontanarsi. Asciugatosi alla meglio, raccolse i panni e raggiunse la sua stanzetta: era salvo. Ma quella voce! Era la contessa? Lo aveva visto? Fu inquieto per tutta la mattina. Il suo atto gli pareva imperdonabile. Meditò di non scendere a pranzo, poi pensò che tanto valeva affrontare l’uragano. Il suo stupore fu grande quando vide che a tavola c’era solo Robertino, tutto contento della farfalla che aveva preso.
Il maggiordomo lo informò che la contessa sarebbe tornata per cena e che il signor conte era tornato un attimo e poi era ripartito. Ma allora… Chi aveva detto, dietro la tenda, “Gianluigi, sei tu?” Aveva forse sognato? Risalendo le scale per la pennichella, incontrò sul pianerottolo Caterina. Gli parve che lo guardasse in tralice: non osò interrogarla.
Il giorno dopo la contessa lo licenziò con parole cortesi e una gratificazione a titolo di indennizzo. “Ecco fatto!” disse la contessa al marito. “Avevi ragione: non aveva alcuna autorità su Robertino”. “Sono contento che anche tu la pensi così. Ieri sera, quando te ne ho parlato, non mi parevi del tutto convinta…” “Al contrario, convintissima!” ribatté la signora, che non voleva avere l’aria di essere stata suggestionata. “Ci ho ripensato stanotte. E poi c’è un’altra cosa. Io ci tengo alla pulizia. Sai che per tutto il tempo che è stato qui non ha fatto neanche un bagno?”.
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