Cultura

Madre o assassina? Il doppio significato del geniale thriller di Bong Joon-ho



Hye-ja Kim era famosa in Corea per i suoi ruoli di madre amorevole e rassicurante, ma Bong Joon-ho decise di mostrarne il lato opposto. In che modo? Costruendo intorno a lei un thriller in cui l’amore materno diventa qualcosa di molto più oscuro.

Quando Bong Joon-ho realizzò Madre, nel 2009, aveva già dimostrato di saper trasformare generi apparentemente riconoscibili in qualcosa di completamente diverso. Questa volta il regista sudcoreano partì da un’immagine precisa: quella di Kim Hye-ja, attrice amatissima dal pubblico coreano e da decenni associata ai ruoli di madri amorevoli. Il papà di Parasite decise di lavorare proprio su quella percezione e mostrarne il lato più oscuro.

Il risultato è un thriller psicologico che comincia come un’indagine su un omicidio e finisce per diventare una storia molto più inquietante sul confine tra amore materno, ossessione e follia.

Madre: la trama del thriller di Bong Joon-ho

La protagonista, che porta lo stesso nome dell’attrice che la interpreta, vive in una piccola città della Corea del Sud insieme al figlio Do-joon (Won Bin), un ragazzo di 28 anni con un deficit cognitivo. La donna vive per lui, lo protegge continuamente e cerca di tenerlo lontano dalle persone che considera una cattiva influenza. Quando una giovane ragazza viene trovata morta, però, tutti gli indizi sembrano portare proprio a Do-joon. La polizia lo interroga e riesce a ottenere una confessione, mentre l’avvocato incaricato della sua difesa sembra molto più interessato al denaro che alla sua situazione.

La madre non accetta quella versione dei fatti. Convinta che il figlio sia stato incastrato, decide di indagare personalmente sull’omicidio, cercando la ragazza, ricostruendo le sue ultime ore e seguendo ogni traccia che possa dimostrare l’innocenza di Do-joon. È qui che quella che sembra la classica storia di una madre alla ricerca della verità diventa progressivamente un racconto molto più ambiguo, nel quale Bong Joon-ho mette continuamente in discussione ciò che lo spettatore crede di sapere sui personaggi.

Bong Joon-ho ha creato Madre pensando a Kim Hye-ja

Quando Bong Joon-ho iniziò a pensare a Madre, aveva già in mente la sua protagonista. Era Kim Hye-ja, attrice amatissima in Corea e associata, nell’immaginario del pubblico, al ruolo della madre amorevole e rassicurante. Proprio quell’immagine conquistò il regista di Mickey 17: Bong voleva prenderla, ribaltarla e portarla in una direzione completamente inattesa, trasformando la madre che tutti conoscevano in una donna capace di spingersi oltre ogni limite pur di proteggere il figlio.

Bong ha spiegato di essere interessato alla dualità della maternità: l’amore di una madre può essere una delle forme più nobili di affetto ma, quando diventa eccessivo, può trasformarsi in pericolosa ossessione. Senza Kim Hye-ja, ha affermato l’autore, il film probabilmente non sarebbe mai esistito nella forma che conosciamo. L’idea era già in lavorazione nel 2004, quando Bong scrisse un primo trattamento del film, quindi prima di The Host (il suo terzo lungometraggio).

In coreano, Madre significa anche qualcosa di più oscuro

Il titolo originale del film è Madeo, la traslitterazione coreana di “mother”. Ma dietro quella parola c’è un gioco linguistico che, alla luce della storia, assume un significato particolare. In coreano, la resa fonetica di mother” e “murder” può risultare molto simile quando i termini vengono traslitterati, e il titolo Madeo sfrutta proprio questa ambiguità. Non è quindi un semplice gioco di parole, perché mette idealmente una accanto all’altra le due parole che definiscono l’intero film, madre e omicidio.

Bong Joon-ho costruisce infatti la storia proprio sul cortocircuito tra queste due idee: fino a dove può arrivare una madre per proteggere il proprio figlio? E cosa succede quando la protezione supera ogni limite morale? Una delle immagini che restano più impresse di Madre, non a caso, è quella della protagonista che balla da sola in mezzo a un campo. Non tutti sanno che Bong Joon-ho, quando iniziò a immaginare la storia, aveva già in testa la scena finale del film, quella sull’autobus. L’idea gli era venuta osservando una consuetudine molto diffusa in Corea del Sud: gruppi di donne di mezza età che, durante le gite in autobus, si mettono a ballare insieme.

Poi, durante la scrittura, aggiunse un contrappunto: all’inizio la madre avrebbe ballato da sola, mentre alla fine sarebbe stata circondata dalle altre donne. Dopo aver visto il film, quella prima danza cambia completamente significato. All’inizio sembra un momento di libertà buffo e surreale. Poi scopriamo che quel campo è anche il luogo in cui la madre arriva dopo aver fatto qualcosa di terribile, e il suo ballo non sembra più così spensierato.

Il finale spiegato: perché la madre balla da sola in un campo?

La svolta arriva quando la madre scopre che il vero assassino della ragazza è proprio Do-joon. L’unico testimone che avrebbe potuto confermare la sua colpevolezza viene dunque ucciso dalla protagonista con un oggetto infuocato, per poi dare fuoco alla sua abitazione. Non lo fa per vendetta, ma per cancellare l’unica testimonianza che potrebbe condurre alla verità. La situazione diventa ancora più terribile quando un altro ragazzo, Jong-pil, viene accusato dell’omicidio. La madre sa che è innocente, ma sceglie di non intervenire. Il ragazzo passa quindi per colpevole di un crimine che non ha commesso, mentre Do-joon viene liberato.

È proprio questo il momento in cui il significato di Madre cambia definitivamente. La donna che per tutto il film cerca di proteggere il figlio finisce così per lasciare che un innocente venga accusato al suo posto. La scena finale torna quindi alla danza. Durante una gita organizzata su un autobus, la madre si unisce alle altre donne e comincia a ballare. Prima, però, utilizza un ago della sua pratica di agopuntura su un punto della coscia che, secondo lei, permette di cancellare i ricordi dolorosi.

La sequenza può essere letta non come assoluzione, bensì come un tentativo di liberarsi dal peso di ciò che ha fatto per tornare alla normalità. Il regista ha spiegato che, così facendo, voleva raccontare l’amore di una madre verso il figlio come qualcosa di quasi istintivo e animalesco: è il momento in cui madre e omicidio finiscono per convivere nella stessa persona. La donna che voleva difendere un innocente ha finito per coprire un assassino e, ballando, cerca di dimenticare ciò che non può più essere cancellato.



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