Bruzzone ai genitori “spazzaneve”: “Consideriamo la possibilità che vostro figlio sia un ciuccio?” e sulla frustrazione “è ciò che ci rende adulti in grado di funzionare”

“Chi lavora a scuola lo sa meglio di me: ormai è una trincea”. Inizia così il discorso della criminologa Roberta Bruzzone nel corso di un recente intervento pubblico, descrivendo il contesto in cui gli educatori rischiano quotidiane ritorsioni: dalle “macchine segnate” alle “gomme bucate”, fino ad arrivare, nei casi più gravi, alle “coltellate”.
Secondo Bruzzone, la radice di questo fenomeno non risiede in una mancanza di severità punitiva – premettendo con ironia: “Lungi da me invocare punizioni corporali, non sono la progenie di Mengele” -, ma in un’incapacità strutturale del sistema educativo moderno nel gestire una dinamica umana essenziale: la frustrazione. L’apprendimento del limite, del “no”, dell’ “hai sbagliato” e del “ne paghi le conseguenze” rappresenta infatti il passaggio fondamentale per plasmare individui in grado di funzionare nella società civile.
Il mito dei 18 anni e il rischio della “disabilità sociale”
Evitare la frustrazione nelle prime fasi dello sviluppo produce danni che il tempo non è in grado di riparare automaticamente. La criminologa, infatti, afferma che la maturazione emotiva non avviene per inerzia anagrafica: non basta compiere diciotto anni perché “magicamente la nostra corteccia prefrontale si accenda” e acquisisca ciò che non è stato insegnato prima.
I rischi di questo deficit pedagogico sono imponenti. Bruzzone continua dicendo che non saper gestire l’angoscia, il limite o la punizione significa diventare “sostanzialmente dei disabili sociali”: l’incapacità di tollerare il confine e il rifiuto si manifesta già nei piccoli episodi quotidiani, estendendosi al mondo digitale.
E propone anche un esempio: l’esclusione di un bambino da una festa di compleanno basta a scatenare “l’inferno sulle chat dei genitori”, un fenomeno definito dall’esperta come “agghiacciante”, al punto da ipotizzare con una battuta che, se Dante tornasse, dedicherebbe a queste dinamiche di gruppo un intero girone infernale.
Il meccanismo psicologico: da una “correzione fisiologica” alla violenza
Come può un semplice insuccesso scolastico trasformarsi in un’azione violenta o in un disegno criminale? La criminologa ricostruisce la catena psicologica che porta all’escalation. Un compito sbagliato o una bocciatura rappresentano una semplice “correzione fisiologica”, il cui significato immediato dovrebbe essere: “Guarda, devi studiare di più perché fino ad adesso non ti sei impegnato abbastanza. Punto, né più né meno”.
Quando un giovane non è mai stato messo di fronte alle conseguenze di un fallimento, il suo equilibrio emotivo crolla davanti alla prima difficoltà. La sequenza dei passaggi interni diventa:
- L’impatto con l’errore: generato da un “Io fragile” non abituato al limite;
- La vergogna e l’angoscia: l’incapacità di tollerare la caduta provoca una profonda angoscia interiore;
- Il bisogno di espulsione: l’angoscia accumulata richiede una valvola di sfogo immediata.
- La reazione violenta: per riprendere il controllo e il potere sulla vita altrui, l’individuo sceglie la via di fare del male. La violenza diventa così l’unico strumento immediato per annullare la sensazione di impotenza.
I “genitori elicottero” e la rimozione del fallimento
La responsabilità di questo quadro si estende direttamente alla figura genitoriale contemporanea. Bruzzone sottolinea la presenza diffusa dei cosiddetti “genitori elicottero” o “spazzaneve”, soggetti che intervengono tempestivamente per spianare la strada ai figli ed eliminare ogni forma di ostacolo o delusione dal loro percorso.
Se il figlio riceve un brutto voto, la risposta immediata del genitore è andare a protestare con il docente, impedendo al ragazzo di sperimentare la responsabilità dell’errore. La criminologa conclude il suo ragionamento ponendo una domanda provocatoria rivolta alle famiglie: “Ragazzi, consideriamo la possibilità che vostro figlio sia un ciuccio? C’è anche quella da considerare”.




