Politica

un sistema che mostra il proprio fallimento

Un altro ragazzo morto. Un’altra vita spezzata dentro un Centro di permanenza per il rimpatrio. Un’altra morte che, secondo le prime informazioni, potrebbe essere avvenuta per suicidio. E ancora una volta disordini, incendi, proteste.

Se le notizie saranno confermate, quella di Palazzo San Gervasio sarebbe la terza vittima. Non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un sistema che mostra il suo fallimento.

Perché quando una persona privata della libertà si toglie la vita in una struttura dello Stato, la domanda non è solo cosa sia accaduto nelle ultime ore, ma come si è potuti arrivare fin qui.

Palazzo San Gervasio non è un caso isolato. Da anni è al centro di denunce, inchieste e procedimenti giudiziari. Nel processo penale riguardante la gestione del Cpr tra il 2018 e il 2022 sono state contestate, a vario titolo, ipotesi di maltrattamenti, frodi, corruzione e altri reati. Nel maggio 2025 diciotto persone sono state rinviate a giudizio, tra cui appartenenti alle forze dell’ordine, medici e responsabili della gestione. Tra le accuse anche presunti abusi e somministrazioni immotivate di psicofarmaci.

Certo, per ora si tratta solo di accuse, e sarà la magistratura a stabilire se vi sono delle responsabilità penali. Ma proprio per questo è ancora più grave il ritardo della politica nell’affrontare il problema, anche perché nel frattempo è intervenuta una decisione importante della Corte costituzionale.

Con la sentenza n. 96 del 2025 la Corte ha chiarito che il trattenimento nei Cpr incide sulla libertà personale e richiede le garanzie dell’articolo 13 della Costituzione. Ha inoltre evidenziato una grave lacuna normativa: mancano regole adeguate sulle modalità del trattenimento, sui diritti dei trattenuti e sugli strumenti di tutela effettiva. Ha quindi chiesto un intervento urgente del Parlamento.

Ma sino ad ora questo intervento non c’è stato. L’inerzia del Parlamento e del Governo non può essere considerata neutra. Quando una lacuna, riguardante persone private della libertà, resta aperta nonostante l’intervento della Corte, è legittimo chiedersi se non vi sia una scelta politica: considerare la condizione del migrante meno urgente di altre priorità.

Così i Cpr diventano una zona grigia, nella quale stazionano persone che non hanno commesso reati: non sono carceri, ma limitano la libertà; non sono pene, ma producono effetti simili; sono temporanei, ma spesso si prolungano; servono al rimpatrio, ma rischiano di trasformarsi in luoghi di attesa senza sbocco.

E mentre in Italia si continua a discutere di sicurezza e rimpatri, altri modelli mostrano approcci diversi. In Spagna, durante la crisi di Ceuta del luglio scorso, la risposta non è stata la creazione di nuovi centri di detenzione, ma il rafforzamento della frontiera e soprattutto la cooperazione con il Marocco. La gestione si è basata su accordi di riammissione e controllo dei flussi, con il rientro della maggior parte delle persone nel giro di pochi giorni e una gestione separata dei minori, nel rispetto del diritto internazionale.

La lezione è chiara: la gestione migratoria non si risolve con la sola detenzione, ma con la diplomazia, con gli accordi e con la capacità amministrativa.

L’Italia, invece, ha reagito con misure simboliche, vale a dire con la sospensione degli accordi di Schengen e il ripristino temporaneo di controlli alla frontiera con la Spagna, decisione che ha creato nuove tensioni a livello internazionale, dagli sviluppi imprevedibili, come se il problemi esistenti non bastassero.

La contraddizione è evidente: mentre altrove si punta su cooperazione e gestione esterna dei flussi, in Italia i Cpr restano il fulcro della risposta, nonostante le evidenti criticità giuridiche e umane. E Palazzo San Gervasio continua a essere lì, con le sue rivolte, i suoi procedimenti, le sue morti.

Ormai non basta più invocare chiarezza. Serve attuare ciò che la Corte costituzionale ha già indicato: una disciplina completa del trattenimento, delle garanzie effettive, dei controlli indipendenti, come rimedi giudiziari reali.

E a questo punto la domanda nasce spontanea e non è più rinviabile: la detenzione nei Cpr è davvero necessaria e proporzionata, o è diventata uno strumento in cui la privazione della libertà del migrante è un costo accettato?

Perché se la seconda ipotesi è vera, allora Palazzo San Gervasio ed altri centri di permanenza per il rimpatrio non possono considerarsi un accidente della storia, bensì il risultato di una precisa scelta.
Ma una democrazia non può accettare che il prezzo di quella scelta sia la vita di chi, dietro quei cancelli, non ha nemmeno la libertà di andarsene.


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