Le mille anime e magie di Tunisi tra profumi, colori, cibo e cultura
Non è una guida, non ci sono consigli sui ristoranti e sugli alberghi, niente stelle e recensioni. Ma se non si aveva intenzione di visitare Tunisi, respirare le atmosfere del nuovo libro di Leonardo Martinelli, giornalista e soprattutto viaggiatore e cittadino del mondo, fa venire voglia di infilare il volume in valigia e partire. Per ricercare nelle strade e sulle spiagge i colori e gli odori descritti, con la malcelata speranza di imbattersi in uno dei personaggi intervistati dall’autore, che a Tunisi vive da tempo. La Tunisi sporca, la Tunisi povera, la Tunisi alle prese con una forte pressione migratoria dai Paesi subsahariani, la Tunisi che sogna l’Italia come fosse la California? C’è tutto questo nelle pagine di Tunisi mon amour. Viaggio della città dalle mille anime (pubblicato da EDT), ma lo sguardo dell’autore preferisce posarsi proprio su queste mille anime, ognuna consegnata dalle tante culture, popoli e religioni che hanno abitato la città e che ancora oggi vi intrecciano i rispettivi destini. Popoli, religioni e culture che hanno imparato a contaminarsi e la cucina ne è un ottimo esempio: la s’han tounsi (che significa letteralmente “il piatto tunisino” ed e un’insalata dal sapore pungente), i bambalouni, ciambelle fritte figlia dei nostri bomboloni, i fricassè, panini fritti poco cari, che «riempiono la pancia e danno soddisfazione», per citare Martinelli. Una città imperfetta Tunisi, come imperfetta è la sua storia: dalla colonizzazione francese al fallimento della Rivoluzione dei gelsomini del 2011.
E allora con in mano la cartina che apre il libro è possibile ritrovare il quartiere dove ancora oggi la statua della Madonna di Trapani viene portata fuori dalla chiesa di Sant’Agostino e San Fedele, sorretta non più dai siciliani che ormai non ci sono più, ma dai migranti subsahariani e salutata dagli yùyù, i gridi di gioia tipici del mondo arabo. Poi si può scivolare verso la Goletta, la spiaggia dei tuffi dei ragazzini e delle famiglie di giorno, ma di sera anche dei locali come il Rock’n’Rolla (definita nel libro «la terza classe del Titanic, dove Rose si diverte davvero»), che ospita gruppi come i Seltika, capaci di mixare il rock con sonorità berbere e celtiche, ma anche di intonare la canzone di Toto Cutugno rivisitata “Sono un tunisino vero” con tutti che urlano a squarciagola. E la notte può accendersi anche delle atmosfere queer con ballerino delo locale Ahmed, che lancia baci e regala selfie. Una Tunisi molto al femminile quella che ci fa conoscere Martinelli: la scrittrice Amira Ghenim, che vive nella Medina e si arrabbia quando qualcuno dice che in Tunisia i diritti delle donne sono il frutto di un’occidentalizzazione del Paese; la cantante Bouthania Nabouli, giovane star della musica tunisina; le donne di Cartagine dipinte sui sacchi di cemento dall’artista Adel sull’avenue Bourguiba; la deejay Astrid che si scatena perché “sente” il sole di Tunisi nella gente; la regista Erige Sehiri, nata a Lione ma che è tornata a vivere nel quartiere di Bhar Lazreg per poter giocare con «una luce che parla». E poi ancora Salwa, che difende il sito Unesco di Cartagine dalle speculazioni immobiliari e dal degrado. Osmosi, contaminazione nelle parole degli abitanti di Tunisi. Lucky Boy vive sulla spiaggia. È un maestro di sup (stand up paddle, la tavola simile a quelle dei surfisti, sulla quale però si sta in piedi, appunto, e si rema) ma anche un mental coach: sulla tavola insegna ai turisti a stare in equilibrio, con i pensieri che scivolano via. E dualità, come quella di Moncef, che a dicembre prepara l’albero di Natale, ma digiuna per il Ramadan. E ogni sera dal punto più in alto della sua casa fa una foto al tramonto pensando alla donna della sua vita che non c’è più.
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