Su Prime Video, il film di Lars von Trier in cui Nicole Kidman recita in una città disegnata col gesso
Nel 2003, al Festival di Cannes, Lars von Trier ha fatto quello che sa fare meglio: dividere, provocare, scuotere. Con Dogville, disponibile su Prime Video, il regista danese ha portato sulla Croisette un esperimento radicale che ha costretto anche i suoi detrattori più convinti ad alzare le mani e ammettere: questa volta c’è qualcosa di diverso, qualcosa che merita attenzione. Tre ore di durata. Un cast stellare con Nicole Kidman, Paul Bettany e Lauren Bacall. E una scenografia che consiste in un gigantesco sound stage dove la piantina di una cittadina è tracciata con il gesso sul pavimento.
Niente muri, niente porte vere, niente finestre. Solo linee bianche che delimitano spazi immaginari, mentre gli attori mimano il gesto di girare maniglie inesistenti e il suono viene aggiunto in post-produzione. Dogville è cinema che diventa teatro filmato, un’operazione formale ispirata ai classici drammi televisivi come il Nicholas Nickleby della Royal Shakespeare Company degli anni Settanta. La storia si svolge in una piccola città americana durante la Grande Depressione, ma potrebbe essere ovunque, perché qui la geografia è concettuale, ridotta all’osso.
Nicole Kidman interpreta Grace, una donna misteriosa in fuga da criminali oscuri che arriva in questo luogo inaccessibile chiedendo protezione. Gli abitanti di Dogville, inizialmente spaventati, accettano di nasconderla in cambio di un turno di lavori domestici. Tom, interpretato da Paul Bettany, è un giovane idealista pieno di sé che si innamora di Grace e vede in questa situazione l’occasione per un rinnovamento morale della comunità. Il fascino naturale di Grace conquista questo vicinato cupo e austero. Von Trier gioca con riferimenti a Our Town di Thornton Wilder e al classico per ragazzi Pollyanna di Eleanor H. Porter. Ma quando il pericolo si intensifica, Dogville mostra il suo vero volto.
La cittadina si rivolta contro la straniera che aveva accolto, e il film vira verso qualcosa di più cupo, una sorta di parabola pedagogica alla Bertolt Brecht. Ed è qui che emerge uno dei limiti più evidenti del lavoro di Von Trier: la sua visione dell’America è quella di un intellettuale europeo che immagina gangster con mitra e cappelli a tesa larga, costruendo un ritratto tanto fervente quanto stereotipato. La performance di Kidman è formidabile. L’attrice australiana porta sullo schermo una vulnerabilità che diventa forza narrativa, anche quando il copione la costringe in situazioni sempre più estreme. Paul Bettany è straordinario nel ruolo di Tom, mentre il cast di supporto offre interpretazioni di livello.
Dogville è tecnicamente notevole, un’opera che dimostra padronanza formale e coraggio sperimentale. Un esperimento affascinante, un oggetto cinematografico che solleva domande sulla natura del cinema stesso, su quanto sia necessaria la scenografia per creare un mondo credibile, su dove finisca il teatro e inizi il film. Un lavoro che divide, come tutto ciò che porta la firma di Lars von Trier, e che continua a far discutere a distanza di anni dalla sua presentazione sulla Croisette.
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