Marcinelle 70 anni dopo «Mi ero appena sposato sono salvo per un caso» Persero la vita 12 marchigiani
ANCONA Il tempo non cancella le tragedie. Sabato, settant’anni dopo, la memoria tornerà a Marcinelle, nelle viscere del Bois du Cazier, lì dove 262 minatori persero la vita l’8 agosto 1956. In una miniera che ha trovato il suo posto nei libri di storia, ma che continua a vivere nelle voci di chi quel mondo lo conobbe davvero. Come Urbano Ciacci, classe 1935, nato a Cartoceto, cresciuto a Fano, che vive tuttora in Belgio, e Antonio Eusebi, classe 1929, nato a Piandimeleto, oggi residente a Pesaro. Sono loro, con le loro parole, a restituire il senso di quel lavoro estremo, segnato da fatica, paura e assenza di tutela. A provocare il dramma fu un convoglio di carbone. Urtando cavi e tubazioni, provocò un corto circuito e un incendio; poi fumo e gas tossici sommersero i livelli sotterranei. Morirono 262 minatori, di cui 136 italiani. Tra essi, dodici marchigiani. A chiudere ogni speranza, dopo quindici giorni di ricerche, fu l’annuncio in tre lingue: “Tous morts; allen dood; tutti deceduti”. Alla cerimonia di Charleroi, accanto alle autorità belghe e italiane, Urbano Ciacci sarà presente con la lampada in pugno, il casco in testa e il fazzoletto annodato al collo.
I superstiti
Spiega che si tratta «di un gesto dovuto a chi non è tornato, perché quel giorno, sottoterra, sono morti i miei fratelli». Ricorda la prima discesa: «Avevo 19 anni e ci chiamavano con un numero: io ero il 117». Ma soprattutto ricorda il destino. Ciacci era tornato in Italia per sposarsi, ma quel giorno avrebbe dovuto essere in miniera: «Era il mio turno, ma Elsa, mia moglie, non aveva ancora ottenuto il nulla osta per entrare in Belgio e quel ritardo mi ha salvato la vita». Nei suoi racconti tornano le immagini delle famiglie ai cancelli: «Le madri, le mogli, i figli che cercavano nei soccorritori un segno, una parola, un nome». E alla riapertura, rammenta che vedeva ovunque i volti dei morti, nei luoghi stessi in cui li aveva salutati l’ultima volta. Antonio Eusebi (97 anni) ricollega la miniera al patto Italia-Belgio del dopoguerra: «Siamo partiti per bisogno – incalza – e con la promessa di un lavoro sicuro». Ma spiega anche che quel lavoro era durissimo, senza sicurezza, con il vincolo di rimanere almeno cinque anni.
La svolta
La tragedia fu all’origine di una doppia svolta: lo Stato belga e le compagnie minerarie furono costretti ad affrontare finalmente il problema della sicurezza e, poi, cambiò lo sguardo sugli italiani, fino ad allora considerati gli “ex nemici” della Seconda guerra mondiale. Oggi gli italiani sono la seconda comunità nazionale del Paese. Molti figli e tutti i nipoti e pronipoti di quei minatori hanno la nazionalità belga. Carlo Briscolini, segretario regionale del sindacato Fgtb, è lui stesso figlio e nipote di minatori emigrati a Charleroi da Pantana di Pergola, lavoravano nella raffineria della miniera di zolfo di Cabernardi di Sassoferrato.
Il ricordo
«La nostra – osserva – è una storia di fatica e riscatto. Di persone che hanno lavorato nel buio perché altri potessero vivere meglio, ed è giusto che se ne ricordino il prezzo pagato e il ruolo che chi ha emigrato nelle miniere di carbone ha avuto nella rinascita economica dell’Italia». Ed è così che, nel raccoglimento del Bois du Cazier, sabato, tra commemorazione e memoria, si rinnova il monito perché nessun lavoratore possa essere ridotto a un numero.




