The Strokes – Reality Awaits
Certo l’attesa era tanta, dalla rediviva e vigorosa apparizione al Coachella dove i nostri erano tirati a lucido, potenti e restaurati come usciti da un’ibernazione, poi tutto questo gran parlare dell’auto-tune dopo i primi nuovi singoli, come se nessuno avesse evidentemente mai ascoltato gli esperimenti di Casablancas nei The Voidz ed ecco l’album per intero, compatto e tutto sommato apprezzabile per la durata non estesa, al primo contatto divisivo e impalpabile.

25 anni da “Is This It” non sono uno scherzo e l’indie rock ha subito tante evoluzioni, soprattutto inseguendo filoni come il post rock più liquido (Radiohead e company), ma è anche vero che i cicli in quanto tali si ripresentano e, senza mai in sostanza scomparire, a parte il breve scioglimento, “Reality Awaits” con le sue stranezze e contraddizioni, con il suo essere a volte pimpante, a volte deludente, conferma che i newyorkesi sono ancora fra di noi, lungi dall’essere considerati finiti.
Sembra che la band abbia deciso come dice il titolo di allontanarsi dalla realtà, lasciando andare la musica in modo discontinuo ed irregolare, quindi non artefatto, con, dicono le cronache, lunghe jam session in Costa Rica, con alcune canzoni che partono in una maniera e finiscono in un’altra, ad esempio l’iniziale “Psycho Shit “, che parte morriconiana e si sviluppa in un crescendo appunto apocalittico psichedelico, va da sè una delle punte originali dell’album, o la finale “Tyrants of the Mellow Moon”, dalla melodia cristallina per tre quarti per poi terminare quasi come uno scherzo vocale: la verità forse è che dietro tutto questo c’è una volontà di mescolare le cose, ritmi e generi, rimanendo sempre in quell’alveo di sound riconoscibile, che necessita però qui, più che in tutti i precedenti album, di diversi ascolti.
“Reality Awaits” non è per niente un esercizio di ansiosa volontà di ringiovanimento, non è neanche una prova di forza, è un risultato di un’indole mutata dell’esperienza della band nel corso degli anni, una fotografia mossa di beata autorefernzialità in movimento, anche uno sfogo verso qualcosa di indefinito e sano, in quanto vi si trovano melodie super accattivanti, che entrano in loop, suoni veracemente rock dalla produzione roboante del fedele Rick Rubin, in un combinato disposto che assomiglia un po’ a quello che propongono i Geese, azzardando un paragone di stile, con il loro roots alla Stones, epitomi contro nuove generazioni che si intersecano, l’onda di ritorno di cui si diceva sopra.
In tutto questo, l’auto-tune molto frequente è perfettamente caratterizzante , un valore in più al senso dell’album, altro che trovata inadeguata: Casablancas intuisce che il retrofuturismo è lo stratagemma per restare a galla, per rendere queste canzoni ancora più accattivanti; è l’idea di fondo che ha reso nobile “Random Access Memories” dei Daft Punk, lì con i suoni digitali di un funk anni 70, qui con l’indie del Duemila, oppure vedasi in più parti (“Fruits of Conquest” su tutte) una certa somiglianza con il mood dei migliori Tame Impala, che di retrogusto se ne intendevano, prima della deriva dance.
Certo, ci sono come si diceva episodi discutibili, in primis la piaciona e languidissima “Falling Out of Love”, ma ci sono anche i pezzoni revisited alla Strokes come “Going to Babble On e “Going Shopping”, con le chitarre di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi che inseguono la parte ritmica come ai tempi migliori; inoltre si ha la sensazione di un certo piacere nel suono, in generale le chitarre, se isolate, funzionano benissimo, negli arpeggi, negli intro quasi metal, negli assoli con quel nervosismo urticante tipico.
Ci sono poi le riflessioni di Casablancas, apocalittiche, viscerali , personali e mai banali, come di chi attraversa il tempo senza sentire l’incedere del tempo, provando a scrollarsi la polvere primordiale, rimanendo sempre nell’onda, affrontando le cose che ci succedono attorno, quasi con ribrezzo e attaccamento all’ironia che permette di sopravvivere, come dei R.E.M. del nostro tempo, ma si potrebbero citare altri gruppi longevi, straniti di fronte allo schema che il mondo di volta in volta presenta, con Casabancas che gioca a fare il Michael Stipe di turno, diventando giocoforza testimone di un contesto sempre vivo , una sorta di confidente da ascoltare su come vanno le cose, sempre un passo fuori dalla realtà, in attesa di cogliere cio’ che è possibile.
“So we go for one more ride
And that’s okay ‘cause I did my time
But now I wait for another chance
When I will take everything I can“
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