Parità di genere e inclusione, abbattere i pregiudizi è una questione anche culturale
Si è concluso il percorso di formazione dei dipendenti dell’agenzie per l’impiego toscana. Giani e Lenzi: “Al lavoro su buone pratiche: la Toscana vuole essere leader”
Scritto da Walter Fortini, giovedì 25 giugno 2026 alle 17:40
Agire sulla cultura (e sulla formazione) per combattere gli stereotipi e favorire un cambiamento positivo. E per farlo il primo passo è acquisire consapevolezza di quali comportamenti possono rivelarsi davvero escludenti.
Si parla di parità di genere e inclusività nell’accesso e nei servizi di lavoro a Palazzo Strozzi Sacrati, sede della presidenza della Regione. L’occasione è la giornata conclusiva di un percorso di formazione riservato ai mille dipendenti di Arti, l’agenzia toscana per i servizi all’impiego, avviato un anno e mezzo fa, condotto con il supporto dell’Università di Siena e finanziato con risorse del Fondo sociale europeo.
Limitare e rendere diseguali le opportunità di accesso ad un impiego non è (solo) un problema di chi la discriminazione la subisce, ma dell’intera comunità. E’ una questione di diritti, può diventare un problema anche economico. Se a guidare una selezione non sono infatti solo attudini ed abilità dei candidati, la stortura può trasformarsi in un freno allo sviluppo. Quante volte ancora oggi capita che nel corso di un colloquio di lavoro ad una donna venga chiesto se è sposata o se intenda avere figli. Quante volte un operatore ha davanti a sé il o la candidata perfetta sulla base della professionalità ricercata, ma che non coincide nel genere indicato dal datore di lavore. Oppure non collima per provenienza geografica, colore della pelle o l’essere diversamente abilite. Tutti pregiudizi da sconfiggere.
“La Toscana vuole essere leader nella politica di inclusione e di sostegno alle politiche attive per la parità e l’uguaglianza di genere – evidenzia il presidente della Regione Eugenio Giani – e per questo lavoriamo da anni ad azioni di sistema”. Agire sul welfare e sui servizi all’infanzia (come gli asili nido) è un esempio: la loro assenza può costringere infatti uno dei due neo genitori (più spesso la donna) a licenziarsi o non rientrare a lavoro. Agire sulla formazione o sulla sensibilizzazione è un’ ulteriore strada, nella consapevolezza che parità di genere e inclusione non dipendono solo da norme ben fatte. Sono la conseguenza di un atteggiamento culturale. Sono talvolta una questione anche di parole: parole che hanno un peso e particolari marcature
“Per questo stiamo lavorando sulle buone pratiche – racconta l’assessore al lavoro, Alberto Lenzi – e tra queste c’è sicuramente anche il modo di porsi nei confronti delle persone che chiedono aiuto al Centro per l’impiego. Ci vuole infatti il giusto approccio, la giusta cura e la giusta sensibilità nell’orientare di un disoccupato o di un non occupato nella ricerca di un impiego. Tante volte il modo fa anche la sostanza e questa esperienza, realizzata grazie all’università, sarebbe da esportare a livello europeo”.
Del resto le discrimazioni, raccontano ad Arti, non sempre sono volute: possono scaturire da comportamenti inconsci e inconsapevoli. Ed è anche lì che occorre agire.
I numeri, per quanto riguarda la parità di genere, raccontano che la Toscana sta meglio di altre regioni e che grandi passi, più ampi che altrove, sono stati fatti negli ultimi anni. Il gap però rimane. L’occupazione maschile toscana segna il 78,1 per cento e quella femminile il 63,7 per cento (rispetto al 53,8 per cento italiano ma di contro al 71,30 per cento europeo).
“Vuol dire che c’è ancora necessità di lavorare e lo faremo” concludono Giani e Lenzi. Con un impegno forte ad attuare politiche sempre più accoglienti e lontane da discriminazioni di qualsiasi tipo.
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