Trentino Alto Adige/Suedtirol

Addio a Bianca Sacchetto, volto storico dell’Upim di Bolzano – Cronaca

BOLZANO. E chi se lo scorda l’Upim di via della Posta? Erano i grandi magazzini di Bolzano legati a maglie strette agli anni del boom, alla dolce vita dei Sessanta. A quei piani aggrediti con le scale mobili che ti portavano in cima, in un mondo nuovo, colorato, tra vestiti psichedelici, lampadari pop, articoli per la casa, profumi, giocattoli per i baby boomer. Un mondo, finalmente, alla portata di tutte le tasche. E le commesse. Una specie di aristocrazia del settore, ammirate, glamour, moderne come il futuro esposto sugli scaffali. Dei personaggi in città.


Ogni anno – fino alla metà degli anni ’70, quando la contestazione la rese “politicamente scorretta” – la catena organizzava persino “Miss Upim” nelle sale del Grifone. Volti familiari per intere generazioni di bolzanini e bolzanine. Una di quelle ragazze con i capelli a caschetto e il grembiule acqua di mare era Bianca Sacchetto. Si è spenta a 82 anni: con lei se ne va anche un pezzetto delle storia di quel palazzo, “la Upim”, ancora lì, ma chiuso dal 20 settembre del 2014.


Bianca Sacchetto, quel 20 settembre, l’aveva vissuto come un piccolo lutto. Lì dentro aveva passato trent’anni della sua vita. Ci era arrivata alla fine degli anni Sessanta. Erano gli anni degli affari d’oro alla Upim di via della Posta, quando l’azienda poteva permettersi di “investire” sull’estetica delle commesse.


«I brutti grembiuloni blu dell’inizio – raccontava Sacchetto al nostro giornale quel dannato 20 settembre – col tempo avevano lasciato il posto a più eleganti gonne e camicette. Poi, negli anni Settanta, ci davano due buoni al mese per andare da “Fernando”, storico parrucchiere di piazza Walther, e lo stesso dicasi per l’acquisto delle scarpe che dovevano essere di un certo tipo».


Era affranta dal destino della “sua” Upim: «Mi dispiace che tutto finisca così – diceva con la voce rotta -. Quel negozio diventerà qualcos’altro o forse resterà chiuso per chissà quanto tempo». Purtroppo è andata davvero così. Lo stabile è vuoto.


Veneta di origine, bolzanina di adozione aveva cominciato a lavorare all’Upim di Verona alla fine degli anni ’50. «Avevo 16 anni e abitavo in un paese a 25 chilometri da Verona. Mi ero trovata una stanza in città: tutto quello che guadagnavo 17-18 mila lire al mese, era la paga da apprendista, lo spendevo per l’affitto. Mi davano una mano i miei genitori, perché altrimenti non ce l’avrei mai fatta. Nonostante lo stipendio fosse basso, per me era importante imparare un lavoro e poi l’Upim allora non era un negozio qualsiasi, era un super-negozio e c’era l’orgoglio di farne parte».


Nel 1971 il trasferimento a Bolzano e il matrimonio. Bianca viene subito impiegata nella sede di via della Posta, dove poi è rimasta fino al 2001. «Allora – racconta – c’era una sorta di stile del marchio che imparavi durante l’apprendistato: io l’ho fatto a Verona, ma era la stessa cosa a Bolzano. La formazione durava tre anni. C’era la scuola interna da frequentare due volte alla settimana, alla fine si faceva l’esame».


Oggi, spesso e volentieri, la commessa viene assunta quando serve e solo per il tempo strettamente necessario, allora si riteneva che fosse importante preparare il personale: «Facevamo lezioni di merceologia, perché i soldi che giravano erano pochi: un acquisto, quando ho iniziato a lavorare, era un lusso, per cui il cliente voleva sapere tutte le caratteristiche del prodotto. E poi, se ci sapevi fare, non usciva mai senza aver comprato qualcosa».


Questo spiega anche perché tra le commesse storiche e i bolzanini si era creato un rapporto di fiducia. «Mi è capitato spesso di sentirmi dire: “Se non c’è lei che mi consiglia, non vengo”. Piccole grandi soddisfazioni che ti ripagavano delle tante ore passate in piedi».


In oltre 30 anni Bianca Sacchetto ha passato tutti i reparti distribuiti sui tre piani del magazzino di via della Posta. «Il più bello? – diceva – Il reparto dei neonati. Quello che mi è piaciuto meno? La ferramenta».




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