Riassetto Delfin, lettera di Leonardo Maria Del Vecchio: “Serve chiarezza dal board”
MILANO – Il riassetto di Delfin è sempre più complicato. Tanto che, per superare l’impasse, Leonardo Maria Del Vecchio scrive una lettera ai fratelli in vista dell’assemblea di Delfin del 30 giugno, documento pubblicato sul sito web dal Quotidiano Nazionale
“All’assemblea di Delfin non mi presenterò per dichiarare una rinuncia, né per raccontare un ripensamento. La mia disponibilità a completare l’operazione rimane, purché vengano ripristinate chiarezza, coerenza e sostenibilità finanziaria“, scrive il finanziere milanese. “Il 30 giugno vorrò capire perché le cautele del Board siano emerse solo dopo il voto favorevole e – si legge – dopo dichiarazioni che descrivevano il riassetto come un elemento di stabilità. Vorrò capire perché, nel momento in cui si poteva voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro”.


Nella lettera, Leonardo Maria Del Vecchio spiega che “ci sono momenti in cui parlare non è una scelta, ma un dovere“. “E oggi sento la responsabilità di farlo – sottolinea – In questi mesi si è scritto molto di successione, quote, equilibri. Analisi e ricostruzioni che però non riescono a trasferire ciò che per me conta davvero. Il centro di tutto, per me, è sempre stato il rispetto della parola data, e su quella ho costruito questa operazione. Ero disposto a diventare il primo azionista di Delfin con un ruolo chiaro, assumendomi un debito molto rilevante, per dare alla holding ciò che le mancava da quattro anni: una governance stabile, una direzione, un punto di riferimento. Quella parola sembrava essere stata raccolta”.
“Pensavo che stessimo andando nella stessa direzione: il 27 aprile sei soci su otto avevano approvato il trasferimento delle quote, sette la nuova politica dei dividendi. Il giorno dopo, davanti all’assemblea di EssilorLuxottica, Francesco Milleri disse: ‘Semplificare è sempre una cosa buona‘, richiamando l’insegnamento di mio padre. Era esattamente ciò che speravo di sentire. Poi qualcosa si è complicato“.


“Il finanziamento è finito nel pieno del risiko bancario italiano, in un momento in cui gli stessi soggetti potevano trovarsi, a seconda del tavolo, finanziatori, partecipate, controparti, potenziali acquirenti – prosegue Del Vecchio nella lettera -. Non sono mai esistiti, né sarebbero mai potuti esistere, elementi che sollevassero il benché minimo rapporto improprio tra il finanziamento Lmdv e le partite del risiko. Ma sono subentrate, come era naturale in un’operazione di questa dimensione, questioni di sostenibilità e allocazione del rischio”.
“Le banche hanno iniziato a chiedere, legittimamente, maggiore certezza sui dividendi, sulla stabilità del capitale, sul futuro di Delfin – scrive ancora il consigliere di EssilorLuxottica, fondatore di Lmdv Capital ed editore di Quotidiano Nazionale -. Lo capivo e lo accettavo. Ma è qui che la questione ha smesso di essere finanziaria ed è diventata un tema di governance. Se le banche sollecitavano un impegno più forte da parte di Delfin, il board aveva il diritto e il dovere di rivalutarne i rischi. Ciò avrebbe però richiesto una posizione chiara, unitaria, trasparente: quali condizioni erano cambiate, quale rischio era emerso, quale maggioranza fosse realmente necessaria. Non è andata così. Il consiglio non si è allineato. Alcuni componenti erano disponibili a procedere, altri no. Un parere legale è stato predisposto su presupposti contestati anche all’interno del board stesso. Informazioni rilevanti sono arrivate ad alcuni soci prima che ad altri”.
“Nessuno ha assunto fino in fondo la paternità di una decisione. Dopo ogni step, l’asticella si alzava. Ad ogni passaggio, la responsabilità scivolava sempre altrove. Se il timore era che io concentrassi troppo potere, la soluzione era a portata di mano: Delfin avrebbe potuto comprare direttamente le quote di Luca e Paola. Detenerle, ridistribuirle, inserirle in un progetto più ampio. Sarebbe stata la risposta più coerente alla tesi secondo cui il problema non erano le quote in uscita, ma il soggetto che le avrebbe acquistate”.


“C’è chi ha invocato la litigiosità familiare come spiegazione per lo stallo. Ma quella spiegazione non regge – dice ancora – Luca, Paola ed io avevamo trovato la strada verso un accordo. Tra molti di noi sembrava finalmente arrivato il momento di chiudere una stagione lunga e dolorosa. Non era solo un’operazione finanziaria. Era la possibilità che ci ritrovassimo, finalmente, dalla stessa parte. Qualcosa che mio padre avrebbe voluto vedere. E invece lo stallo è arrivato da altrove. Per anni ho sostenuto il board e la continuità della holding. L’ho fatto nella convinzione che rappresentassero lo strumento scelto da mio padre per custodire il patrimonio e l’unità del gruppo. Ora però questa sequenza di eventi mi impone di chiedere chiarezza”.
Il 30 giugno “non riguarderà i dividendi, il bilancio o il closing con Luca e Paola. Non riguarderà un’operazione votata, sostenuta pubblicamente, negoziata con le banche, e poi progressivamente svuotata. Il 30 giugno si affronterà qualcosa di più profondo – conclude -: la natura stessa e il futuro di Delfin”.
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