Meraviglie e leggende di Genova

Oggi abbiamo perso la concezione di quanto Genova sia una città ricca di rivi d’acqua che dalle sue alture scendono fino al mare.
Il Rivo Torbido, il Rio Noce e tanti altri, solo per citarne alcuni, sono rivi oggi combinati che scorrono ancora nel sottosuolo della città. Ma se dovessimo individuare il corso d’acqua più significativo della città non avremmo dubio alcuno nell’indicare il torrente Bisagno.
Torrente, non fiume. E questo è da tenere a mente.
Spesso al centro della cronaca, in particolare quando si parla di maltempo e alluvioni in città, il Bisagno è spesso teatro di avvistamenti folkloristici per la città. Animato dai cinghiali che scorrazzano, è stato la casa di una fauna poco urbana. E come non ricordare la celebre telefonata di un cittadino ai Vigili del Fuoco, oramai audio da archivio, in cui si denunciava la presenza di un elefante nel Bisagno, che altro non era che un cinghiale.
E se qui, poco più di cento anni fa si affollavano i besagnini, ossia i contadini che ogni giorno andavano in città a vendere i propri prodotti, quante volte è arrivata la domanda: ma perché il Bisagno si chiama così?
Probabilmente chi non ci aveva ancora pensato ora sta cercando la risposta.
Intanto, bisogna partire che il Bisagno, Bezàgno dei genovesi, non ha mai avuto un solo nome. Ne ha avuti almeno due, e forse tre. E ciascuno racconta una storia diversa della stessa città.
Per capire il nome bisogna risalire a monte, letteralmente. Il torrente nasce come Bargaglino al Passo della Scoffera, assumendo poi il nome di Bisagno solo dalla confluenza con il Lentro, nei pressi di località La Presa. Due fiumi che si fondono in uno prima di scendere verso il mare. In quel punto di affluenza nasce il nome. Il Bisagno prende acqua nel suo principio da due confluenti, e in ciò starebbe, a detta degli studiosi, l’origine latina del nome: bis amnis, cioè doppio fiume, secondo l’etimologia tutta romana.
Questa non è l’unica spiegazione.
Secondo G. Poggi (1856–1919), il nome potrebbe nascere da pisa, per estrapolazione da “piselli” che crescevano con altri ortaggi sulle rive del torrente, quando la zona era ancora aperta campagna. Da pisa, dunque, sarebbe derivato Pisagno e infine Bisagno. Un’ipotesi pittoresca: un grande fiume che prende il nome da un legume.
Poi c’è chi guarda ancora più indietro, verso substrati linguistici pre-romani, verso suoni che non sappiamo più pronunciare. Il Dizionario Etimologico UTET ipotizza una radice pre-romana, davo, di significato non del tutto chiarito.
Ma il nome più antico, il nome che Genova aveva quasi dimenticato, è un altro.
Nel primo secolo dopo Cristo, il naturalista Plinio il Vecchio compose nel terzo capitolo della sua Naturalis Historia un elenco delle città liguri, situando Genova tra i fiumi Porcifera e Fertor, normalmente identificati con i torrenti Polcevera e Bisagno. Il testo latino è preciso: “flumen Porcifera, oppidum Genua, fluvius Fertor”. Genova tra due fiumi
Fertor. In latino il verbo fero significa “portare”, e fertor evoca chi porta, forse un’allusione alla forza della corrente, alla capacità del torrente di trascinare.
Nel tempo il nome si perse. Il Bisagno porta il nome antico Feritore, ma già nel Seicento nessuno lo usava più: la mappa di Alessandro Baratta del 1637 lo chiama già Bisagno, e così è rimasto.
Dunque: bis amnis, doppio fiume. Fertor, il portatore. Bezàgno, la voce del dialetto. Tre nomi per lo stesso corso d’acqua che arrivano da tre epoche diverse.




