Platti, i tramezzini e l’arte torinese del lamentarsi

Saranno cent’anni che non mi siedo da Platti, uno dei miei caffè storici preferiti insieme a Mulassano. Da Mulassano mi siedo, invece. Ordino un tramezzino con il tonno e carciofini e un te a metà pomeriggio, vivo minuti d’una vita diversa, con un libro intonso o con una gonna nuova, cerco vanamente di scambiare sorrisi con i camerieri, e poi torno alla normalità. Ma da Platti è diverso, da cent’anni mi porto dietro il retaggio che sedersi al tavolino sia una cosa da ricchi, un po’ come prendere il caffè in via del Corso o il gelato in piazza San Marco. E se poi il mio scontrino finisce sul giornale? “pensionata torinese paga mille euro per un marocchino e un pain au chocolat. I gestori però si difendono: aveva preso anche la panna”.
E così, anche se a dire il vero non so neppure se la mia paura abbia qualche fondamento, il surplus angoscioso di un servizio al tavolo, o sia solo una fobia, l’altro giorno consumavo spensierata una colazione di metà mattinata appoggiata a quel bancone dal piano metallico, dove l’angolo regala uno spazio sufficiente a distenderci il giornale, appoggiando timidamente una scarpina sul poggiapiedi che decora il marmo verde della base.
La pace è interrotta da una signora che, alzatasi dal tavolino, rimprovera le cameriere dietro alla vetrina dei tramezzini della durezza del pane. Sorprese, si scusano e propongono alla signora di sceglierne un altro. “E se è duro anche quello?”, chiede con malgarbo la cliente che poi si perde in un lungo o professorale panegirico su come debba essere il pane del tramezzino. A mezza via, ripeteva, a mezza via, qualunque cosa ciò significasse. Con il sorriso a mezza via, le cameriere dietro al banco le hanno illustrato i pani, i condimenti e proposto di assaggiare qualche tramezzino mignon per scegliere quello di suo gradimento, come si fa nei ristoranti con il vino al calice. Quello verde non andava bene, quello con la maionese neppure, quello integrale nemanco e alla fine ne ha scelto uno chissà come e, borbottando, è tornata al tavolo.
Ho preso un tramezzino anche io, ho detto che era squisito ricevendo in cambio un sorriso di gratitudine. Uscita, dal lato di corso Re Umberto, ho finto di osservare dalla porta gli enormi fiori freschi che adornano il tavolo di marmo della sala, ma la mia attenzione era puntata sul tavolo della signora, che sbocconcellava il tramezzino, e gesticolava accalorata. Al suo fianco, un signore annuiva distrattamente e leggeva il giornale.
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