“Sale il costo della vita, ma il potere d’acquisto degli aretini crolla”, l’indagine Ires

“Costo della vita che cresce, potere d’acquisto che sempre più debole (-5,7 per cento) e condizioni dei lavoratori che peggiorano”. Questa in estrema sintesi la situazione dell’economia aretina delineata dall’Ires, l’istituto di ricerche economiche e sociali.I dati sono stati presentati questa mattina al gruppo dirigente provinciale della Cgil. Uno studio approfondito che mostra, in tutta la sua crudezza, la complicata realtà dell’economia provinciale che, in seguito alla pandemia, ha visto un “brusco ridimensionamento della crescita”. I riscontri i lavoratori li hanno quotidianamente.
“Profitti e salari vanno in direzioni opposte – afferma Andrea Cagioni, ricercatore dell’Istituto – mentre crescono i primi, i secondi restano fermi o arretrano. In Toscana questo squilibrio si intreccia con deindustrializzazione e lavori sempre più fragili, che spingono verso il basso i redditi e le prospettive economiche e sociali”.
Quanto basta per destare preoccupazione, come spiega Alessandro Tracchi, segretario provinciale della Cgil: “lo studio non può che acuire le nostre preoccupazioni. Non si registra alcuna crescita sostanziale ma, anzi, un peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Quando si parla di aumento dell’occupazione, bisogna considerare che questo fenomeno è estraneo al manifatturiero e che le tipologie che si stanno affermando sono connesse alla precarietà e ai basis salari. Arezzo si sta impoverendo e i dati sull’export sono “drogati” dall’impennata del prezzo dell’oro”.
I dati dello studio
Il quadro toscano che emerge dallo studio è chiaro. “Nel processo di transizione iniziato nella prima metà degli anni ’90, alla diminuzione di occupati nell’industria e nella manifattura è corrisposta l’espansione di forza-lavoro in comparti, specie nel terziario arretrato, caratterizzati da precarietà, discontinuità contrattuale e una dinamica salariale debole. In definitiva, nella terziarizzazione debole la ricchezza si concentra nel capitale (rendita, profitti finanziari), mentre il lavoro viene svalutato, con conseguente aumento della quota di lavoratori e lavoratrici poveri e delle disuguaglianze territoriali e sociali”.
I lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, starebbero resistendo a fatica: “Hanno subito una contrazione del reddito reale nel decennio 2014-2024. Confrontando in questo periodo l’aumento dei redditi nominali con il corrispondente tasso di inflazione, risulta che i lavoratori e le lavoratrici dipendenti hanno perso potere d’acquisto in modo netto. Ciò vale nel settore privato (media regionale di -5,2 punti percentuali di reddito reale) e ancora di più nel pubblico (-10,7 punti percentuali di reddito reale)”.
Va meglio agli artigiani: nelle province di Arezzo e Lucca gli aumenti si attestano sul 20%. La manifattura tradizionale è in crisi e Arezzo è tra le province toscane in maggiori difficoltà.
Così ad Arezzo
Ma cosa è accaduto ad Arezzo negli ultimi anni? Lo studio illustra così la situazione: “Dopo la notevole spinta post-pandemica del 2021/2022, l’economia aretina ha subito un brusco ridimensionamento dei propri ritmi di crescita. Il biennio 2023-2024 ha segnato una fase di sostanziale stagnazione, con incrementi del Pil reali prossimi allo zero, mentre le stime per il 2025 indicano una moderata ripresa (+0,7%), sufficiente comunque a portare il valore del Pil reale a sfiorare 11,2 miliardi di euro”.
Il motore principale dell’economia aretina si confermano i servizi, con una crescita costante e ininterrotta per tutto il quinquennio 2021-2025. “Pur registrando tassi di incremento molto contenuti nell’ultimo triennio (+0,1% nel 2023, +0,5% nel 2024, +0,3% stimato nel 2025), il settore ha svolto una funzione di ammortizzatore, compensando le difficoltà degli altri comparti e garantendo la tenuta complessiva del sistema. La sua incidenza sull’occupazione totale è lievemente aumentata, passando dal 58,3% nel 2008 al 60,9% nel 2024”.
L’industria, cuore pulsante dell’economia aretina, ha vissuto una parabola altalenante. “Il manifatturiero aretino (oreficeria, meccanica, moda) ha vissuto alti e bassi. Dopo lo straordinario biennio 2021-2022 (+27,3% cumulato), il settore è incorso in una preoccupante flessione nel 2023 (-2,8%) e nel 2024 (-2,3%). Le stime per il 2025 prevedono un ritorno alla crescita (+2,2%), ma questo recupero potrebbe essere insufficiente per invertire alcune tendenze di fondo che riguardano l’occupazione e la struttura produttiva”.
L’edilizia invece si trova adesso a fare i conti con il riflesso degli incentivi fiscali e vede performance negative nell’ultimo anno. “Dopo aver beneficiato in modo significativo degli incentivi fiscali e dei finanziamenti del Pnrr, si intravedono ora chiari segni di esaurimento della spinta. La flessione prevista per il 2025 (-2,5%) apre interrogativi sulla capacità del settore di assorbire la fine del ciclo espansivo senza conseguenze occupazionali rilevanti”.
Poi il capitolo cassa integrazione. “Le ore autorizzate sono esplose nel 2024 (+134% rispetto al 2023), per poi calare leggermente nel 2025 (-10,6% sul 2024). Tuttavia, il dato consolidato del 2025 è più che doppio rispetto al 2023, indicando una situazione di perdurante difficoltà per molte imprese. La cassa straordinaria, usata per ristrutturazioni e crisi aziendali, cresce in modo sostenuto nel 2025 rispetto ai due anni precedenti, mentre diminuisce nel 2025 rispetto al 2024 quella ordinaria, adottata per gli eventi temporanei. Questa tendenza è un segnale preoccupante, perché attesta che le difficoltà stanno diventando strutturali per un numero crescente di aziende, che necessitano interventi più profondi e duraturi. Nel 2025, la stragrande maggioranza delle ore autorizzate di cassa integrazione è concentrata nell’industria (quasi il 92%), cui seguono a grande distanza costruzioni e logistica”.
Le esportazioni
Il manifatturiero aretino ha segnato traguardi importanti per quanto riguarda le esportazioni. “Dopo la flessione del biennio 2022-2023, le esportazioni hanno messo a segno nel 2024 un balzo straordinario (+45% rispetto all’anno precedente), superando i 13 miliardi di euro. Le stime per il 2025 prevedono una sostanziale tenuta (12,9 miliardi), con un ulteriore miglioramento del saldo della bilancia commerciale (da 2,8 a 3,8 miliardi), grazie anche al calo delle importazioni. Questi dati, di per sé estremamente positivi, coesistono tuttavia con una flessione del valore aggiunto industriale nel 2023 e nel 2024, una diminuzione delle Unità di lavoro nell’industria nel 2023 (-4,5%) e un’impennata delle ore di cassa integrazione, in particolare di quella straordinaria”.
Un paradosso apparente, che però secondo Ires ha una chiara spiegazione che “risiede in una combinazione di fattori: l’effetto prezzo legato all’aumento del valore dell’oro e dei metalli preziosi; la crescita dell’export potrebbe essere trainata da un numero ristretto di imprese eccellenti, mentre la base produttiva più ampia sconta difficoltà strutturali; infine, il calo delle importazioni potrebbe segnalare una riduzione dell’attività produttiva per il mercato interno o una rilocalizzazione delle forniture”.
I redditi al netto dell’inflazione appaiono positivi, ma non è tutto come sembra. “Nel decennio 2014-2024 si registra un aumento nominale medio del +25,4%, superiore al tasso di inflazione cumulato (+20,8%). Questo dato apparentemente positivo merita però alcune importanti specificazioni, a partire dalla netta perdita di potere d’acquisto sperimentata dai dipendenti pubblici e privati, che hanno subito una riduzione del loro reddito reale (rispettivamente -8,8% e -3,6%). Al contrario, i redditi nominali di ampie fasce del lavoro autonomo (artigiani +27,3%, commercianti +36,4%, cariche elettive +45,9%) sono aumentati ben al di sopra del tasso di inflazione, beneficiando di una dinamica redistributiva favorevole. Ne risulta un quadro di crescente disuguaglianza socio-economica in provincia di Arezzo, in cui i redditi da lavoro dipendente perdono potere d’acquisto, mentre il lavoro autonomo lo aumenta”.
Il futuro
“Alla dismissione dei grandi agglomerati industriali a partecipazione pubblica dei primi anni ‘90, ha fatto seguito un’industrializzazione fondata sulla subfornitura e sulle esportazioni. Oggi come ieri, ciò che può invertire tale processo è affidato alla capacità degli attori politici, sindacali e imprenditoriali di delineare un modello di sviluppo alternativo. All’interno di tale modello, sarebbe fondamentale affermare chiare linee di indirizzo economiche e sociali attraverso strumenti di programmazione strategica non subalterni agli interessi privatistici, convergendo nella lotta alla rendita come terreno comune di iniziativa e nello sviluppo di un sistema infrastrutturale funzionale agli interessi del lavoro e dell’impresa”.
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