The Asteroid No.4 – In Praise of Shadows
Ma chi avrebbe mai pensato che per scrivere quattro righe sull’ultimo album degli Asteroid No. 4 un ignorante come me in letteratura dovesse farsi una cultura su quella giapponese, su questo Jun’ichiro Tanizaki che neppure riesco a pronunciare. Certo, un paio di decenni di psichedelia “arricchita” possono portare anche a questo, ma quanto deve essere buona questa atmosfera fumosa e letteraria in California!
Arrivare vivi al traguardo del tredicesimo album in studio, oggi, non è roba da tutti. Specialmente se passi la vita a galleggiare in quella psichedelia liquida che non ha mai smesso di guardare oltreoceano. Eppure, con “In Praise of Shadows”, questi vecchi pirati non solo dimostrano di avere la pelle dura, ma firmano il loro capitolo più ambizioso e stratificato di sempre. Altro che bolliti.

Il bello è che il punto di partenza è fottutamente colto: quel celebre saggio di Tanizaki sul “libro d’ombra”. La band prende quella sottile tensione tra la penombra della tradizione giapponese e l’abbagliante, schifosa modernità in cui siamo immersi, e la trasforma in un vero e proprio manifesto sonoro. Niente tormentoni sull’espansione della mente o fughe cosmiche stavolta. Nelle interviste l’hanno ammesso chiaramente: il clima socio-politico mondiale fa schifo e ha infettato i testi. Si parla di incertezza, di introspezione forzata, della fottuta ricerca della bellezza dentro a tempi bui.
E musicalmente questo concetto diventa un lungo corridoio in penombra, dove la luce filtra debolmente e ogni traccia ti costringe a scavare per trovare i dettagli nascosti. Si parte con “Neptune”, un’apertura che mette subito in chiaro le cose: bassi ipnotici e chitarre sbiadite che ti scaraventano fisicamente dentro una stanza tradizionale giapponese. La melodia non ti investe ma ti avvolge come fumo. Ma il vero cuore nero del disco pulsa nella doppietta “Pitch Black” e “Underworld”. Qui l’elogio dell’ombra diventa legge. Le chitarre si stratificano in un wall of sound denso, cupo, saturo di shoegaze classico e sfumature quasi goth. E che genialata, in “Underworld”, seppellire deliberatamente la voce nel mixaggio! Proprio come le lacche tradizionali di cui parla Tanizaki, la linea vocale brilla di una luce debole solo se le vostre orecchie accettano di adattarsi all’oscurità del suono.
Il viaggio prosegue tra trip contemplativi e ipnotismo puro con “Captivate“ e “Hieroglyphics“. Pezzi rallentati, che sanno di patina del tempo e di quella bellezza deliziosamente imperfetta del wabi-sabi, sorretti da echi analogici e code di riverbero che sfumano nel vuoto, incarnando alla perfezione il concetto di spazio negativo. Il congedo è affidato alle note eteree di “Final Waves”, una chiusura che sfuma con un’eleganza da brividi lasciandoti addosso un profondo senso di nostalgia; lo stesso identico magone che provava Tanizaki davanti all’inevitabile avanzare di una modernità accecante e poco accattivante.
Questo mood introspettivo ti arriva dritto in faccia ancora prima di poggiare la puntina sul vinile, grazie a una copertina che è un muro di blocchi di cemento a vista in bianco e nero. Niente colori, niente trip cosmici o stronzate floreali. Un minimalismo freddo, industriale, che puzza di post-punk anni ’80, di roba Factory Records o Joy Division.
Rispetto al radioso e solare “Several Shapes of Solar Flares“ del 2024, che era una ruffiana esplosione di jangle pop e melodie cristalline alla Byrds, questo nuovo lavoro ne rappresenta il perfetto collasso gravitazionale. La band spegne le luci e si rifugia in un sound notturno e autunnale fatto di muri di suono shoegaze, riverberi spinti e ritmi ipnotici. La svolta goth è evidente soprattutto nell’uso, per la prima volta nella loro storia, di ritmiche elettroniche processate. I colpi di batteria sono secchi, campionati, ripetitivi; un marchio di fabbrica preso in prestito dalle drum machine della darkwave anni ’80.
Toglie calore umano, certo, ma aggiunge una rigidità e un mistero pazzeschi. Un azzardo fottutamente rischioso, che però funziona alla grande senza far perdere a questi ragazzi quella caratteristica “haze” psichedelica che li definisce da sempre.
“In Praise of Shadows” è la dimostrazione che, dopo trent’anni di carriera, gli Asteroid No.4 sanno ancora come sputarsi in faccia e rinnovarsi senza perdere un grammo della propria identità. Passando dall’energia solare del capitolo precedente a un’estetica dell’ombra squisitamente orientale, hanno creato il perfetto bando di resistenza contro la frenesia di questo mondo moderno che poco ci piace. Un album prezioso, da ascoltare rigorosamente al buio.
Source link




