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La meraviglia del saper perdere: Flavio Cobolli e lo spirito vero dello sport

«Non è facile parlare in questo momento, ma se qualcuno mi avesse chiesto chi si meritava di più il titolo avrei detto il nome di Zverev. È stato un onore condividere il campo con lui, sono felice per lui, ma anche un po’ triste perché ci sono andato vicino. Non mi sarei mai aspettato un risultato simile, so che sono ancora giovane e che non è finita». La sportività di Flavio Cobolli è chiara in campo ed è evidente al microfono dopo la sconfitta in finale al Roland Garros contro il tedesco Alexander, Sascha, Zverev, fra i migliori tennisti della sua generazione, capace di arrivare in finali Slam, ma finora, mai di vincere.

Appunto vincere. C’è modo e modo di farlo. Come c’è modo e modo di perdere. Quello di Cobolli è stato esemplare. Che Zverev fosse favorito era noto, ma che questa finale sia stata emozionante è per gran parte merito del romano che poteva essere un calciatore e ha scelto la sfida della racchetta perché voleva controllare tutto da solo.

Ha perso il primo set, ma era tutta tensione. Dal secondo in poi ha giocato, sbagliato e fatto punti. Ha fatto una grande partita, anche facendo errori, ma ha onorato la finale di uno dei tornei più importanti al mondo. Vale anche per il suo avversario, che, visti i precedenti, forse aveva quasi paura di vincere, ma sapeva che un’autostrada del genere, con Alcaraz infortunato e Sinner crollato, difficilmente ricapiterà.

In conferenza stampa ha ribadito: «Come ho detto in campo, voglio che ci siano solo sorrisi. A Sascha dico bravo, perché ha meritato questo titolo, alla fine ne aveva più di me, sicuramente l’esperienza gli è servita a gestire i momenti chiave. Ma io sono molto orgoglioso di me stesso, quindi bravo anche a me, mai avrei pensato di trovarmi qui oggi… e forse neppure voi».


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