I partiti del campo largo perdono voti se coalizzati? Non è detto, dipende da legge elettorale
Archiviata la disfatta del centrosinistra a Venezia, in attesa dei ballottaggi che chiuderanno il quadro delle Amministrative, gli occhi ormai sono tutti puntanti sull’appuntamento più importante: le Politiche 2027. La Comunali hanno ufficialmente sancito l’inesistenza di un’eventuale onda lunga della débâcle del governo di Giorgia Meloni in occasione del Referendum sulla Giustizia. Le forze di destra si rialzano, tirano un sospiro di sollievo ed esultano. Un dibattito politico che “si sta trasformando nelle battaglie dell’Isonzo della prima guerra mondiale: una parte guadagnava un metro, poi lo stesso facevano gli avversari, mentre intorno si registravano migliaia di morti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Roberto Weber presidente dell’Istituto Ixè. Risultati altalenanti che vanno letti e analizzati in vista di quella che si prospetta come una lunga campagna elettorale verso le Politiche, tra sondaggi e coalizioni da definire mentre i partiti di governo accelerano per l’approvazione di una nuova legge elettorale che prevede un corposo premio di maggioranza e, tra le altre cose, anche l’indicazione del nome da proporre come presidente del Consiglio.
Dottor Weber, qual è il dato principale che viene fuori da queste Amministrative e in particolare dal risultato di Venezia?
C’è stato innanzitutto un deficit tecnico-politico. Non si poteva non sapere che il centrodestra lì era così avanti. Se non si è saputo vuol dire che c’è una strumentazione, una chiave di lettura affidata ai sondaggi e agli uomini, inadeguata.
Il centrosinistra ha sbagliato a puntare tanto sulla conquista di Venezia?
Non si può prendere la leader del partito, portarla lì e farle dire, come ha detto, che “Da qui mandiamo a casa Meloni”.
Quindi un errore di strategia…
Il centrodestra era in pesante difficoltà. Mi è parso che Meloni ha recuperato compostezza. Probabilmente ha recuperato su due-tre mesi fa quando la situazione sembrava del tutto compromessa. Ma sembrava. È come la boxe: uno si infila in una ripresa negativa, comincia a prenderle e magari va a terra. Poi c’è il break, si tira su e recupera. E questa è la vittoria più grande che poteva portare a casa.
Così è stato annullato l’effetto referendum?
L’effetto referendum è stato cancellato non tanto da una sconfitta, ma da una serie di errori. Bisognava partire da lì e costruire.
Adesso gli occhi sono tutti puntati verso le Politiche e i sondaggi danno un testa a testa tra le due coalizioni.
Parliamo di un punto e mezzo in più, un punto in meno, zero virgola sette e poi dichiamo che questo sale e quello scende. Così diventa una spettacolarizzazione della politica. Una cosa è certa: la crescente passivizzazione degli elettorati. Anche questa volta cinque punti in meno di affluenza ed è andata bene. Quindi calo della partecipazione e incapacità da parte sia della destra che della sinistra di recuperare chi non vota più.
Il campo largo si dice pronto ad andare al voto unito.
Ci saranno quattro o cinque leader che andranno insieme in televisione e nelle piazze. Anche il centrodestra avrà tre leader però si sa chi è che guida la coalizione. Ma questo fa parte della storia della politica del centrosinistra in Italia.
Il centrodestra ha dimostrato che il suo risultato elettorale equivale alla somma dei voti di ciascun partito. Nel caso del campo largo, una coalizione che mette insieme Pd, M5s, Avs e i renziani rischia di creare insofferenza tra gli elettori e quindi ottenere, alla fine, meno della stima di ciascuna forza politica?
Non tanto, non credo possa provocare un grande danno. E poi non ci sono alternative.
Perché l’attuale legge elettorale sarebbe l’unico modo per contendersi più collegi uninominali…
Sì e poi il campo largo ha un vantaggio che è allo stesso tempo un limite. Di fronte ha il centrodestra. C’è un varco che li divide, quindi il compattamento alla fine scatta. Il punto è che questo rende sempre più asfittica la vera dinamica della democrazia italiana, perché a questo punto chi vince (centrosinistra o centrodestra) non lo farà con il 50% dei voti degli elettori, ma con molto meno, considerando che la metà – poco più o poco meno – non andrà a votare. E questo è svuotare la democrazia.
Adesso c’è in ballo la nuova legge elettorale scritta dalle forze di governo, con un corposo premio di maggioranza in nome della governabilità…
A mio avviso non è la durata del governo che rappresenta la governabilità di un Paese. Fino agli anni ’90 si sono susseguiti una molteplicità di governi ma non si può dire che il Paese non fosse governato. Con il proporzionale se esprimi un voto, quando esce dall’urna, quel voto vale uno: ha una dimensione democratica, ma questo è il mio personale parere. Poi non è scontato che se una coalizione ottiene come premio tanti seggi i vari partiti non siano capaci di litigare e sfasciare tutto lo stesso.
È prevista anche l’indicazione obbligatoria del candidato premier della coalizione. Questo potrebbe o no creare problemi al campo largo?
Probabilmente sì. Di certo dovrebbero scegliere il leader prima del voto. Questa è una proposta della destra e fa parte del loro patrimonio ideale. È chiaro che in questo caso, però, danneggia gli altri perché devono fare le primarie e farle prima del voto.
Andare al voto con un leader della coalizione già deciso potrebbe quindi far perdere voti al centrosinistra?
Penso che sarebbe un problema. Poi dipende da quando faranno la scelta, se faranno le primarie sufficientemente prima e avranno così il tempo per ricucire. Farle a ridosso sarebbe penalizzate come farle diventare materia di divisione. Ma siamo ancora lontani, vedremo.
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