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La storia di un giovane lavoratore nell’incubo del labirinto Inps: sorge il dubbio che ci sia un disegno

C’è stato un tempo in cui il lavoro era un valore per la società intera, andava tutelato e valorizzato, per questo il Parlamento se ne occupava legiferando anche per proteggere i lavoratori. Siamo agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso: anche allora c’erano imprese che fallivano o chiudevano, magari dopo aver lasciato i lavoratori senza stipendio per mesi, rilasciando acconti risibili per non dismettere la produzione.

C’erano anche allora ditte che si mangiavano il Tfr (Trattamento di Fine Rapporto) dei loro dipendenti, ai quali non restavano neanche le lacrime per piangere, figurarsi i loro salari differiti. Così il Parlamento istituì un Fondo che doveva contenere le risorse necessarie perché lo Stato garantisse ai lavoratori il pagamento del Tfr, subentrando nelle cause fra loro e l’imprenditore insolvente (L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 2).

Dieci anni dopo l’impegno viene esteso anche agli stipendi non percepiti per un periodo massimo di tre mesi, gli ultimi. Il Fondo da allora viene alimentato con un contributo a carico del datore di lavoro pari allo 0,2% della retribuzione imponibile (0,4% per i dirigenti).

“Meno male che esistono queste forme di garanzia e tutela, i lavoratori che finiscono nei guai per il fallimento o dell’impresa sono spesso anche quelli coi salari più bassi e conseguente possibilità di risparmio molto ridotta!”. Così ho detto al simpatico giovanotto che mi ha chiesto consiglio su cosa fare, visto che a ottobre 2025 se ne è andato dalla ditta dove lavorava perché non lo pagava da due mesi e già prima gli aveva dato solo acconti.

L’ho portato dall’avvocato per fare causa all’azienda (se non la fai, l’Inps non ti riconosce la Naspi perché sei tu che ti sei licenziato, poco importa se è perché non ti pagava). Raccolta documenti e carte che un ente pubblico – l’Inps lo è – può tranquillamente ricavare dagli altri enti pubblici senza vessare il cittadino: pazienza, si fa anche questo e il più in fretta possibile, intanto che si cerca un altro lavoro, anche precario e sottopagato, perché la Naspi non c’è.

Finalmente la causa è istruita ed è ora di citare in giudizio l’impresa “morosa”. Purtroppo nel frattempo è iniziata la procedura di liquidazione giudiziale della stessa e bisogna costituirsi nel procedimento come creditori privilegiati. Anche questo si fa in fretta e si attende la conclusione della procedura. Intanto lavoretti, perché bisogna pur mangiare, pagare le spese e dare qualcosa all’avvocato.

Il tempo passa: da ottobre ‘25 siamo arrivati marzo ’26, sei mesi. Dice la legge che in caso di “[…] fallimento, liquidazione giudiziale, liquidazione coatta amministrativa e amministrazione straordinaria, la domanda può essere presentata a partire dal 31esimo giorno successivo alla data di deposito dello stato passivo reso esecutivo”. Dunque bisogna aspettare aprile, i mesi diventano sette. Passa un altro mese, non ricevendo alcuna comunicazione dell’Inps il giovanotto mi chiede informazioni. Telefono al numero verde 803 164. Gentilezza, disponibilità a ripetere spiegazioni e informazioni, attenzione alle problematiche esposte, non sembra neanche l’Inps!

La cortese persona all’apparecchio mi dice che l’Inps è tenuto a liquidare le prestazioni entro 60 giorni decorrenti dalla data di presentazione della domanda completa di tutti i documenti previsti. Mi segnala che il termine ultimativo (entro) è diventato lo standard (ci voglio due mesi). Quindi, se tutto andrà liscio, passeranno nove mesi dal momento in cui tutto è cominciato e finora non è arrivato manco un euro.

Ma non basta. Lo stesso giovanotto – non sta con le mani in mano attendendo la Provvidenza – ha lavorato con un contratto trimestrale che si è concluso il 20 marzo; mentre ne cerca un altro e aspetta che l’Inps gli eroghi i suoi soldi, presenta nuovamente domanda per la Naspi.

Dopo 38 giorni e un sollecito, riceve come risposta la bocciatura della domanda perché all’Inps risulterebbe disoccupato non dal 20 marzo, ma dal 31. Sarebbe bastato che l’Inps accedesse alla banca dati dell’Agenzia del Lavoro per constatare la giusta data di fine del contratto. Non l’ha fatto e al giovanotto sono state presentate due possibilità: fare ricorso (mesi di pratiche e di attesa) oppure rifare la domanda di Naspi assumendo come corretti i dati (sbagliati) dell’Inps.

Facile immaginare che cosa sceglie una persona in difficoltà estrema per l’erosione del tempo che passa, che si è già venduto l’auto e chiesto dilazioni al padrone di casa. La domanda è stata presentata a fine aprile e a oggi nessuna risposta: sul sito c’è scritto che i tempi medi di lavorazione sono di 30 giorni.

Vedendo l’accanimento con cui l’Inps opera per dilatare i tempi, viene il dubbio che non si tratti di sciatteria o di anarchia organizzativa di lavoratori che prendono lo stipendio tutti i mesi. Sorge il dubbio che ci sia un disegno – magari incentivando i dirigenti, già lautamente retribuiti e gratificati da indennità legate alla funzione e ai risultati – per rifarsi sui più deboli per risparmiare.

Qualcuno lo chiama “effetto Calderone”: non so se sia giusto, ma certamente stride se confrontato con le reiterate dichiarazioni di “semplificazione della procedure”, ”velocizzazione delle pratiche” e slogan di questo genere che tornano a riecheggiare con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali.

Il giovanotto è volenteroso e inserito, c’è anche chi lo aiuta. Quanta gente finisce in questo tritacarne senza riuscire a far valere i suoi diritti e, magari, alla disperazione, deve scegliere la manovalanza nella piccola delinquenza o il lavoro nero, quelli sì con pagamento cash?

L’articolo La storia di un giovane lavoratore nell’incubo del labirinto Inps: sorge il dubbio che ci sia un disegno proviene da Il Fatto Quotidiano.


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